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Marmellate1

Troppo, davvero troppo frenetiche sono state queste ultime settimane…
Al lavoro una scadenza dietro l’altra, con deadlines precisissime che non possono non essere rispettate, intermezzate da interminabili telefonate di clienti in panico pre-partenza, ma anche da amenità e piccole questioni di ordinaria amministrazione, e con  il costante pensiero di sottofondo che tra poco tornerò in Inghilterra.
Per questo e per altri motivi ho scritto poco, perché ho cucinato poco, ho mangiato poco, ho vissuto poco…

Marmellate2

Però un po’ di tempo l’ho trovato per fare qualche barattolo di marmellata, un po’ di ciliege e un po’ di albicocche, e anche un po’ di crema di borlotti di cui sono golosissima.

Ed è stato un vero sollievo passare alcune ore (parecchie per la verità) davanti ai fornelli a mischiare e rimischiare le mie marmellate… è stato bello dedicare a loro un po’ del mio tempo, perché so che quando fra qualche mese metterò in tavola per la colazione uno di questi barattoli sentirò tutto il gusto della frutta dell’estate, e mi torneranno in mente il calore delle giornate di luglio, l’odore intenso degli incensi per scacciare le zanzare, la stanchezza felice per tutti gli impegni tipici del lavoro che faccio, il peso delle preoccupazioni, dei pensieri, dei desideri e delle speranze di questo momento così nuovo e particolare.
E in quel momento forse avrò anche più certezze e avrò forse risposte a domande che ora mi occupano la mente.. ma quel che è certo è che in quel momento le mie marmellate saranno più buone che mai.

What’s my view?
Well how am I supposed to know?
Write a review
Well how objective can I be?

I like to wait to see how things turn out
If you apply some pressure

budinoBianco1

Mi giro, e mi rigiro. Mi giro, e mi rigiro. Una persona normale non dovrebbe smettere di dormire alle 5 del mattino, quando fuori il cielo è ancora buio e il sonno potrebbe durare ancora per un po’…
E invece niente, i pensieri sono troppo confusi e in tutta notte (o almeno in quella parte di notte usata per dormire) non sono riusciti a trovare un ordine… così mi tocca alzarmi,  fare un giro attorno alla stanza, bere un bicchier d’acqua; nella speranza che ad ogni passo la mente si alleggerisca un po’, nell’attesa che l’acqua mi aiuti a digerire le idee che mi stanno un po’ indigeste…
Non credo che questa improvvisa perdita di sonno abbia a che fare con l’età… se inizio a non dormire più adesso sto fresca: vuol dire che ho davanti una vita insonne di lunghe camminate in giro per casa…
Suppongo però che sarebbe tutto più semplice se avessi qualche anno in meno… non che sia vecchia, non sento gli anni che ho, né li vedono gli altri [ancora adesso quando sono in Inghilterra mi chiedono l'id per entrare in un pub, mentre spesso d'estate mi chiedono se ho già finito i compiti delle vacanze...], però essere più giovane mi farebbe comodo, per tutte le ragioni per cui i pensieri si ingarbugliano tra loro e la mente non riesce a darsi un ordine…

budinoBianco2

Per ovviare alla [spero] temporanea perdita di sonno, mi sono ingeniata con tutta una serie di attività che riesco così a risparmiarmi durante la calura giornaliera: vado a correre, metto in ordine la casa, preparo marmellate e altri intrugli, cucino cosine buone da mangiare a colazione, come il mio budino preferito con il cioccolato bianco che mi vizia e mi coccola un po’.

Budino al cioccolato bianco
[x6 stampini]
250 ml di latte
250 ml di panna liquida
2 uova + 2 tuorli
100 g di zucchero
100 g di cioccolato bianco
***Si versano il latte e la panna in una pentola, ci si spezzetta dentro il cioccolato [vale anche per quello nero] e si mette a scaldare su fuoco medio finché la crema è calda [ma non bollente!]. In una ciotola intanto si sbattono le uova+tuorli con lo zucchero, dopodiché si versa lentamente sulla crema di latte caldo mescolando bene. Si imburrano delle piccole pirofiline e ci si versa dentro il composto filtrandolo con un colino; poi le si mette in una teglia in cui si versa acqua bollente che copra per metà le coppette. Si fa cuocere in forno preriscaldato a 150° per una mezzora, finché i budini si sono rassodati.
***
Nell’attesa che il sonno ritorni, cerco di convincermi del fatto che anziché sperare di tornare ad essere giovane e spensierata, sarebbe tutto più semplice se smettessi di far caso ai miei assurdi pensieri, se iniziassi a ragionare e agire razionalmente, se accantonassi le idee sciocche e le false speranze… Solo per ritornare a dormire, e a vivere con serenità.

RaspberryCheesecake1

Adoro il cheesecake, è in assoluto il dolce che preferisco: se potessi ne mangerei in continuazione, a tonnellate senza mai stancarmene. Mi piace in qualsiasi variante: classico, con le fragole, i frutti di bosco, il limone, con il cioccolato e i biscotti speziati, cotto oppure fatto fresco come una mousse…
E’ il dolce che mi ricorda l’Inghilterra, perché è lì che l’ho assaggiato per la prima volta, dove non passa giorno in cui non ne mangi almeno una fettina..
Lo preparo ogni volta che ho bisogno di schiarirmi le idee, perché conosco la ricetta a memoria, ma anche perché trovo quasi terapeutico schiacciare i biscotti o rendere cremoso il formaggio…
Così l’ho cucinato stamattina, in una di quelle giornate in cui non vorresti avere un cervello pensante, perché ti svegli con i pensieri tutti ingarbugliati e né una lunga passeggiata in bicicletta né la colazione in un bar del centro sono riusciti a schiarirti le idee…

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Cheesecake
[per uno stampo piccolo]
200 g di formaggio fresco tipo Philadelphia
2 cucchiai di panna fresca
60 g di zucchero
1 uovo
100 g di biscotti allo zenzero
40 g di burro
1 cucchiaino di sciroppo d’acero
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
1 pizzico di cannella
sale
***
Si schiacciano i biscotti e si mischiano con il burro un po’ morbido; si mette il composto nello stampo e si schiaccia bene. Si sbatte il formaggio con la panna, poi si aggiungono lo zucchero, il sale, l’uovo, lo sciroppo d’acero, la vaniglia e la cannella. Si versa la crema sopra i biscotti. Si mette in forno preriscaldato a 150° per circa una mezzora, poi una volta tolto dal forno, si passa la lama di un coltello tra la torta e lo stampo per far sì che si stacchi mentre raffredda.
**
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Pessima idea preparare il cheesecake stamattina: i miei pensieri erano tutti rivolti verso l’Inghilterra, e cucinarlo non mi ha aiutato a distrarmi.. Schiacciavo i biscotti sul fondo della padella con tutte le mie forze, come a voler schiacciare i ricordi, il senso di nostalgia e la voglia di partire, il senso di inquietudine e inadeguatezza legati all’attesa… ma anche così tutti schiacciati, i pensieri e le sensazioni si ingrandivano e formavano un’unica grande idea: ciò che voglio è là, ma l’Inghilterra per me dovrà ancora aspettare..

“Tu ce l’hai un cervello?” si informò lo Spaventapasseri.
“No, la mia testa è vuota” rispose il Boscaiolo di Latta. “Ma una volta avevo un cervello, e anche un cuore; così, avendoli provati entrambi, ritengo che sia meglio avere un cuore”.
[Il Mago di Oz]

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Mercoledì sera sono stata con mio fratello al concerto dei Maximo Park @ Magazzini Generali Milano.
Un concerto intimo, per i pochi fortunati che conoscono questa band dai suoni forti e dalle parole profonde.

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Ho conosciuto i Maximo Park in una limpida serata inglese di qualche anno fa, sentendo alla radio una canzone che ho semplicemente adorato fin dal primo momento. Da subito è scattato in me il desiderio di riascoltare quella canzone così bella, di sentire di più di quella voce così potente e di quei suoni quasi scanzonati e irriverenti…
Un album, e poi un altro, e un altro ancora. E io non aspettavo altro che vederli esibirsi dal vivo, del tutto convinta che la loro esibizione sarebbe stata sublime, di un livello altissimo… E così è stato, non c’è stato durante il concerto un solo attimo in cui la loro bravura è venuta meno. In una parola: perfetti.

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Ero lì proprio sotto il palco, appoggiata alla transenna, mentre Paul Smith con la sua immancabile camicia bianca e il cappello nero calato in testa cantava “Apply Some Pressure” con quella sua voce così particolare  e si dondolava con quei suoi movimenti fluidi e scattanti, e tra una canzone e l’altra chiacchierava e scherzava con noi pochi amanti della loro musica, e intanto gli altri componenti del gruppo lo seguivano suonando con quella bravura che solo chi suona per diletto può avere…

Pensavo a quanto sia triste e ingiusto che gruppi così bravi passino quasi inosservati, mentre la radio ci riempie le orecchie di robaccia tutta uguale…
Però allo stesso tempo ero contenta, perché io ero lì, e li conoscevo e li apprezzavo ed ero grata di ciò che mi stavano dando con la loro musica..

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Tornando a casa con mio fratello alla fine del concerto, pensavo anche che provo emozioni troppo forti; che non ho vie di mezzo, e mi lascio trasportare dal fiume in piena delle mie sensazioni e di ciò che provo.
Questo perché ero lì che guidavo la mia macchinina verso casa e quasi non capivo dove andare tanto ero scombussolata e positivamente sconvolta dalla serata.. Proprio come avevo immaginato e sperato, i MP erano riusciti a regalarmi una gioia immensa, una soddisfazione completa.

Smaltita l’euforia, di questo concerto mi restano comunque molte cose: le mie fotografie, una maglietta verde smeraldo, la loro musica. E un ricordo indelebile nella mia mente.

You know that I would love to see you next year
I hope that I am still alive next year
You magnify the way I think about myself
Before you came I rarely thought about myself

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L’altro giorno il mio spirito spavaldo e sconsiderato mi ha fatto fare una mezza pazzia: sotto un sole cocente e con un afa monsonica ho inforcato la mia piccola bici tutta sgangherata e e sono andata (di nuovo) fino alla Certosa, questo posto assolutamente magico a 5 kilometri da dove abito.
Lo scopo era principalmente uno: riuscire ad acquistare un prezioso liquore digestivo dalle eccezionali proprietà, preparato con un ricetta a base di una strana miscela di erbe officinali  che solo i monaci conoscono.

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Sarà stata la lunga pedalata, sarà stato il sole torrido, sarà stata la quiete ascetica del luogo, saranno state la calma e la solitudine dopo giorni e giorni di pura frenesia… Non lo so, ma ero lì distesa sull’erba e mi sono ritrovata a pensare  a tutto quello che per settimane avevo ignorato, tutti i problemi che non avevo affrontato, tutte le riflessioni che avevo lasciato a metà, tutti i sentimenti e le emozioni che avevo ricacciato dentro.. Tutto perché volevo dare il massimo di me stessa, quando invece so che mi è così facile lasciare che gli eventi mi travolgano e mi allontanino dal senso reale…
Ora invece il vaso di Pandora era stato aperto, e tutto ciò che ne era uscito era lì davanti ai miei occhi a  reclamare il giusto spazio, ma paradossalmente a me è sembrato tutto così chiaro e semplice: ogni cosa aveva un posto, ogni problema una soluzione, ogni emozione una causa e un effetto…

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Non so come si metteranno le cose per me, perché non è in mio potere manovrare gli eventi, ma ora ho la consapevolezza delle mie azioni, dei miei pensieri e delle mie emozioni, e questo mi rende incredibilmente serena, perché comunque vadano le cose non sbaglierò.
Almeno stavolta.
Almeno credo…

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Ci sono poche cose che mi rendono davvero davvero felice, e sono tutte cose semplici, quelle cose che vengono da sé e non hanno bisogno di fronzoli, come lo sono i sabato pomeriggio passati con mio fratello a ridere come bambini.. Talvolta improvvisiamo scenette che fanno il verso agli spezzoni più divertenti dei nostri film preferiti, così per un momento io sono Alice e lui è lo Stregatto, poi siamo il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile, il momento dopo ancora siamo Robin Hood e Little John…
Altre volte bisticciamo allegramente quando lui mi sottopone banalissimi indovinelli tratti da un vecchio libro per ragazzi, e io puntualmente trovo il modo di contestarli oppure do risposte a caso (e il più delle volte è perché quegli indovinelli non li capisco per davvero..).
Qualche volta ancora ci imbamboliamo davanti alla tv per ore guardando quello che capita, finché arriva l’ora della merenda e facciamo a gara per chi mangia più focaccine…

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Pensavo proprio a lui mentre preparavo il risolatte, che è la cosa più semplice del mondo, e mi sono resa conto di quanto mi pesi la sua assenza nella mia vita di tutti i giorni… Quando sono con mio fratello, tutto è leggero, semplice e senza ostacoli; vicino a lui, rugbista nel fisico e nell’animo, mi sento protetta ed è come se tutto diventasse facile.. un gioco da bambini.
Quando non sono con lui, mi resta sempre la mia piccola cucina.. e la semplicità del risolatte..

Risolatte
[x 6-7 ciotoline]
125 g di riso
1 lt di latte
40 g di zucchero (in polvere)
1 stecca di vaniglia
***
Si versa il latte in una pentola col fondo spesso e si aggiunge la stecca di vaniglia aperta per il lungo, e si porta ad ebollizione. Nel frattempo bisogna lavare il riso con acqua fresca, poi versarlo nel latte. Si lascia cuocere a fuoco molto dolce con il coperchio per circa 3/4 d’ora, meglio senza mai mescolare. Cinque minuti prima della fine della cottura si aggiunge lo zucchero e si mischia bene. Una volta finita la cottura, si toglie la stecca di vaniglia e si versa il riso in una ciotola capiente/tanti piccoli ciotolini e si lascia raffreddare a temperatura ambiente. Il risolatte a me piace mangiarlo ancora un po’ tiepido, ma è buonissimo anche freddo e si conserva bene in frigo (coperto con della carta trasparente però, altrimenti si secca).
***

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In questi ultimi giorni ho avuto la prova certa e inconfutabile di una convinzione che avevo già da qualche tempo: il rabarbaro può diventare fonte di inaspettata felicità.
Finora mi ha sempre reso contenta la folle idea di portarlo a casa dai miei continui viaggi in Inghilterra, tra lo stupore e l’ilarità generale di compagni di viaggio e personale di volo; ma purtroppo le mie esperienze con il rabarbaro si fermavano qui… Mai avrei pensato che in un anonimo weekend di metà Aprile questo misterioso frutto tanto amato sarebbe stato protagonista di 2 eventi completamente estranei e indipendenti l’uno dall’altro, portando una gioia infinita in queste giornate uggiose..

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La serie di fortunati eventi è iniziata venerdì pomeriggio, quando sono arrivata a casa dei miei per passare il weekend.. Mia mamma mi comunica con un ghigno più che soddisfatto che ce l’ha fatta, che dopo numerose ricerche l’ha trovato, e mi presenta 2 piccoli vasetti con dentro altrettante piantine di rabarbaro: 2 piccole piantine con le gambette rosse rosse e delle foglie un po’ sproporzionate rispetto ai gambi che le devono sostenere…
“Le piantiamo nell’orto della casa della bisnonna appena smette di piovere” mi dice mia mamma, mentre io trattengo a stento una lacrimuccia per la felicità, non solo di poter finalmente avere del rabarbaro direttamente coltivato, ma anche perché mia mamma ha sposato con me questa nobile causa.

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Dopo poco ecco che accade un’altra cosa del tutto inaspettata: una ragazza del paese della mia cara nonna aveva letto su questo stesso blog della mia passione per il rabarbaro e della conseguente disperazione per la difficoltà nel trovarlo.. Questa dolcissima ragazza, che io conoscevo solo per aver frequentato la sua stessa scuola, ma con la quale non avevo mai avuto nessun contatto o legame, beh questa ragazza si è presentata alla mia porta con un sacchettino di carta pieno di piccole piantine di rabarbaro, in tutto simili a quelle che poche ore prima avevo visto nei vasetti di mia mamma…
Ero felicissima, e per di più quel gesto mi aveva completamente spiazzato..non ero preparata, non ero più abituata a ricevere un gesto così grande di generosità gratuita…

Di questi tempi, la generosità e l’altruismo sono rari e preziosi quasi quanto una piantina di rabarbaro.. Per questo, cara Diana, non posso che dirti grazie!

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L’altro giorno c’era un cielo talmente azzurro che sembrava quasi uno di quei cartonati usati per fare il cielo nella serie televisiva “Zorro”… L’aria era proprio quella di inizio primavera, ancora un po’ frizzante ma scaldata da un timido sole…

Ero a casa senza far niente, e avevo voglia di stare un po’ all’aperto e di vagare un po’ senza una meta e senza pensieri… Così ho preso la mia bicicletta e ho iniziato a pedalare con spensieratezza; pedala pedala, mi son ritrovata sul via che costeggia il naviglio e che porta alla Certosa, uno dei luoghi più suggestivi che io conosca, uno di quei posti fuori dal tempo e dallo spazio dove l’aria sembra intrisa di un incantesimo che rende l’atmosfera magica e surreale..

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La mente si è aperta, e i pensieri hanno iniziato a vagare frivoli e leggeri, senza preoccupazioni né paure…
Bello sentirsi così, anche solo fino al rientro dalla gita, con le gambe stanche per la lunga pedalata e le guance rosse per il vento fresco del tramonto…

Quando si va ad un concerto, non è solo il momento dell’esibizione in sé a rendere l’evento speciale… Si arriva lì con ore e ore di anticipo, e si rimane in coda, seduti a fianco di ragazzi come te, con una passione nel cuore, con l’adrenalina che sale e scalpita per essere liberata.. Poi inizia un mormorio, qualcuno all’inizio della fila dice che stanno arrivando quelli della security, che presto apriranno i cancelli e faranno entrare.. e poi finalmente ecco che i cancelli si aprono davvero, e tutti corrono come dei matti per riuscire ad accaparrarsi i posti migliori…
E poi di nuovo l’attesa, ma è un’attesa che si è disposti a sostenere.. Inizia a crescere la curiosità sui pezzi che hanno scelto, sulle scenografie, sull’abbigliamento..Inizia a crescere la voglia incontenibile del momento in cui le luci si spegneranno e inizierà lo spettacolo, del momento in cui non esisterà più nient’altro, solo tu e la musica.

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Di solito è così. Questa volta però l’evento era troppo importante, e l’attesa è stata molto più lunga di quelle poche ore. Ho iniziato a piangere per la gioia ben prima del concerto, e cioè quando sono uscita dalla rivendita con i biglietti tra le mani.. Non ci potevo credere, finalmente facevo un passo dentro quello che è il sogno di ogni fan: sarei andata ad un loro concerto… era vero, era reale, avevo quel desiderio realizzato tra le mani…

Mi ero imposta di non crearmi aspettative, perché non volevo che mi lasciassero in qualche modo delusa, e perché soprattutto volevo provare emozioni completamente pure, nate sul momento, in modo che fossero dirette e fortissime…
Credo però, se comunque me ne fossi create, di certo non sarebbero state disattese..

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Il concerto dei Killers è stato credo l’evento che più di tutti è riuscito a lasciare un segno nella mia vita: forse perché è capitato in un periodo particolare in cui avevo bisogno di provare qualcosa di forte, forse solo perché lo aspettavo da tanto, credo già da quando Mtv passava i loro primi video che cercavano timidamente di farsi notare…
In ogni caso, quando dietro il palco è iniziato un conto alla rovescia luminoso, le luci si sono spente e si sono sentite le prime note di Human, beh, dentro di me sono iniziati i fuochi d’artificio, e da lì in avanti è stato impossibile trattenere le emozioni che avevano atteso con impazienza per tutto il tempo…

E’ stato un po’ come impazzire: ero felicissima e commossa, volevo piangere di gioia ma anche ridere di rabbia perché ad ogni canzone volevo cantare ancora più forte, e quando battevo le mani ed esultavo alla fine di ogni pezzo, volevo metterci ancora maggiore decisione, andare oltre il limite delle mie mani che più forte di così non potevano battere…

Ho semplicemente adorato il loro modo di stare sul palco: educato e un po’ timido, ma anche deciso, cordiale e dirompente; senza presunzioni, solo con la consapevolezza di riuscire a far provare emozioni al pubblico.
E poi la loro musica, perfetta in ogni momento, senza sbavature.. il talento di ognuno dei 4 nasceva in maniera assolutamente naturale e si legava a quello degli altri come se non potesse fare altrimenti…
E poi la voce di Brandon Flowers…così calda e profonda da entrare nel cuore e schiacciare ogni emozione…

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Sono state 2 ore di musica fantastica.. Mentre uscivamo dal forum io mi sentivo come spaesata: ero felicissima e volevo saltare e ballare, eppure ero anche talmente triste che quel momento fosse già finito…

Il concerto dei Killers è stato martedì sera: sono passati 3 giorni, e da quel momento non faccio altro che ascoltare e riascoltare le loro canzoni, una in fila all’altra senza stancarmene mai… Mi sembra come se non le avessi mai ascoltate prima d’ora, come se fossero state musica di sottofondo in questi anni…
Inizio veramente ad apprezzare le loro canzoni, a capire le loro parole e il loro magnifico significato…

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Ora il pensiero successivo, quello che martella le mie tempie al ritmo di Somebody Told Me è uno solo: una data non basta più… mi sa che mi prendo i biglietti per Verona – 8 Giugno…
Killers ..I’m a Victim!

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Qualche volta c’è bisogno di un po’ di infinita dolcezza per spezzare l’amaro di alcune giornate, soprattutto di quelle di cui non si vede la fine, quelle che uno si dice “facevo meglio a stare a letto stamattina”, quelle in cui tutto è nero..più del cioccolato fondente.

In effetti a volte basta proprio poco per spazzare via i brutti pensieri: da piccola era il bacio sulla fronte di mia nonna, poi sono state le chiacchierate chilometriche al telefono con mia mamma, ora si sono aggiunte le mie ricette.. mi metto lì nella mia cucinetta, preparo tutti gli ingredienti belli schierati a portata di mano e poi parto alla volta di nuove avventure, con l’intento di sconfiggere i miei personali mulini a vento.
Quelli che mi trovo a dover combattere in questo periodo sono mulini a vento davvero ben piantati: girano col vento dei dubbi e delle paure, ma creano al tempo stesso un’energia inaspettata che alimenta il desiderio di novità e il bisogno di cambiamenti…

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E’ stato incoraggiante combattere un pezzettino di questa battaglia mentre preparavo questi dolcetti al cioccolato… In generale per me stessa per coccolarmi un po’, ma in particolare per il compleanno della mia amica M, che è bravissima quando scrive storie che hanno un’anima e riesce a coglierne anche i dettagli più bruschi e oscuri.

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Piccoli cupcakes al cioccolato fondente

180 g di farina
3 uova
180 g di zucchero
150 g di burro salato
3 cucchiai di latte
2 cucchiai di cacao amaro
100 g di cioccolato fondente
1/2 bustina di lievito
***
Innanzitutto si fa sciogliere il burro col cioccolato. Nel frattempo in una ciotola si sbattono le uova con lo zucchero finchè il composto sarà spumoso, poi si aggiunge la farina e il cioccolato fuso, e poi ancora il cacao, il latte e infine il lievito. Si versa il composto negli stampini imburrati e si fa cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa mezzora.
Una volta freddi si possono già azzannare direttamente così, oppure si può dar loro un’aria più frivola con una glassa di cioccolato fuso con un po’ di burro e qualche ghirigoro di cioccolato bianco sciolto.
**
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Mi viene in mente una cosa mentre faccio pallini e striscioline di cioccolato sopra i miei cupcakes: per combattere contro i miei mulini a vento mi manca un fedele Sancho Panza… e quando con la mia delicatezza da elefante rovescio sul ripiano della cucina tutto il cioccolato fuso rimasto, beh, lì mi convinco che ne avrei davvero un gran bisogno.

[Flap]Jack-in-the-box

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Continuo a ripensare alla cena mancata con i miei amici… di solito non sono una persona che rimugina sulle cose, anzi capita spesso l’opposto, cioè che me ne freghi di quel che succede, che è l’unico modo per non sklerare completamente… Eppure questa volta è rimasto qualcosa che si è impresso nel profondo della mia mente, e che ha tirato a galla molte altre questioni che avevo volutamente cercato di lasciarmi scivolare addosso… Alcune sono vecchie di anni, altre più vicine e ancora presenti… tra tutte scorre un filo rosso, che è la mia incapacità a mantenere i rapporti con le persone, legata alla costatazione crudele e reale che le persone se ne vanno da me, mentre io le guardo sparire senza far nulla, anche quando vorrei aggrapparmici con le unghie… Penso queste cose adesso perché sento che sta succedendo di nuovo.. un nuovo inizio sta per arrivare, e come al solito dopo lo smarrimento dei primi tempi mi lascerò trascinare con entusiasmo in un nuovo capitolo della ricerca di una eterea felicità…

Nei giorni scorsi insieme alla speranza di un lieto fine era passata anche la voglia di cucinare, per me  ma soprattutto per gli altri: mi dicevo che non valeva la pena sfruttare così tante energie per raggiungere un fine che invece non si avvicinava mai, dove il fine è quello di sentirsi gratificati e utili per gli altri…
Poi però ho cambiato idea: si avvicinava il compleanno della mia adorata collega Alis, e a lei piace molto il Flapjack… tra l’altro il regalo che le avevo preso era assolutamente ridicolo, per cui ho pensato che magari le avrebbe fatto piacere avere un po’ di quel dolce inglese…

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Con il Flapjack ci avevo già provato una volta un po’ di tempo fa, ma la ricetta che avevo usato non era in effetti quella giusta e il risultato era stato più simile ad un croccante…
Questa volta la ricetta che ho usato veniva direttamente da una rivista inglese, per cui mi sentivo di andare abbastanza sul sicuro…

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Flapjack [the ultimate one?!]
250 g di zucchero
250 g di burro salato
175 g di Golden Syrup [o sciroppo d'acero]
400 g di fiocchi d’avena
2 cucchiai di mandorle a lamelle
***
Si mette il burro in una pentola con lo zucchero e lo sciroppo e si scalda mescolando finché il burro non si scioglie; poi lontano dal fuoco si aggiungono i fiocchi d’avena e le mandorle mescolando bene [io al posto delle mandorle ho messo una maciata di semi di girasole e un po' d'uvetta]. Si versa il composto in uno stampo quadrato di circa 20cm di lato e si mette in forno preriscaldato a 180° per circa 25 minuti. Bisogna fare molta attenzione perché il centro del dolce deve essere ancora molto morbido visto che si indurirà molto raffreddandosi. Si toglie quindi dal forno e si fa raffreddare quasi completamenteprima di tagliare a quadrotti.
**

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La sentite anche voi? Sta arrivando, ormai manca poco lo so… E’ la primavera, che allunga le giornate, scalda i piedi che finalmente si spogliano e cancella le nubi e i brutti pensieri delle brutte giornate invernali..

Io mi sto già preparando.. intanto oggi ho ripreso pieno possesso della mia bicicletta, Eugenia: con la pompetta ho gonfiato le ruote, ho dato un po’ d’olio ai freni [ad uno solo per la verità, l'unico che funzioni], ho sistemato il cestino traballante e via!, per arrivare al lavoro completamente senza fiato dopo mesi di fiacca.
Se il tempo continua così, ancora per poco e poi dirò arrivederci al prossimo autunno agli stivali e alle calze; mentre i maglioni pesanti già da qualche giorno sono finiti nel cesto delle cose da lavare..

Inizio ad avere voglia di cose inutili e frivole, da avere e da fare per trascorrere le giornate con leggerezza…
Credo sia per questo che tornando dal lavoro, stanca per la lunga pedalata, mi sono fermata dal fruttivendolo e così sui 2 piedi, senza neanche riflettere, ho comprato un avocado [!], rendendomi conto solo una volta arrivata a casa che l’acquisto non era dei più azzeccati…

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Avocado dip

1 avocado
succo di 1 limone
50 g di feta
2 cucchiai di formaggio tipo Philadelphia
tabasco
***
Si taglia l’avocado a cubetti grossolani e lo si mette nel frullatore; si aggiungono tutti gli altri ingredienti e si frulla finché non si ottiene una crema liscia e soda.
Idealmente andrebbe servito immediatamente, perché anche se c’è il limone l’avocado tende comunque ad annerire…
***

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Per il momento non è ancora primavera, bisognerà aspettare ancora un pochino, e dunque ancora per qualche tempo ci saranno momenti e pensieri bui.. Non che la nuova stagione faccia miracoli, ma aiuta e porta comunque qualcosa di bello in mezzo a tanta bruttura…
Quanto a stasera, io ho il mio avocado a fare colore..

I’m not saying its your fault
Although you could have done more
Oh you’re so naive yet so
How could this been done
By such a smiling sweetheart.
Ohh and your sweet and pretty face
In such an ugly world
Something so beautiful.

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Ruth è un vulcano: ha vissuto in Canada, poi a San Francisco, poi ancora alle Hawaii, per finire di nuovo in Inghilterra, il posto da cui nessuno riesce più a staccarsi… Quando Ruth sorride, ricorda vagamente Julie Walters nel modo in cui gli occhi le si socchiudono; ha una risata allegra e sonora e un modo di gesticolare molto poco British.. Quando parliamo davanti ad un bicchiere di vino, a volte mi sento io quella vecchia delle 2, anche se lei potrebbe essere mia nonna, eppure ha una voglia di vivere e una spensieratezza che più di una volta le ho invidiato..

Come se non bastasse, Ruth cucina divinamente: la sua fish pie è a dir poco superba, per non parlare dell’apple crumble e della torta al cioccolato che ha preparato in occasione del mio compleanno..

zuppa-broccoli-4

Aveva appena saputo che sua figlia le avrebbe dato un nipotino mentre stava cucinando questa zuppa con i broccoli e lo Stilton, e quindi è forse anche per questo che l’ho trovata così buona, perché dentro c’era un momento di amore incondizionato e di speranza per una vita che sarebbe arrivata..
E proprio la mancanza di queste sensazioni è il motivo per cui la mia copia di quella zuppa è buona sì, ma non altrettanto saporita e gustosa… Perso il momento, perso irrimediabilmente il sapore..

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Zuppa di broccoli

[x4]
400 g di broccoli
2 carote
2 patate grosse
1 litro d’acqua
sale e pepe
4 fette di pecorino stagionato (o 4 fette di Stilton stagionato)

*Innanzitutto si lavano i broccoli e si dividono in cimette, poi si pelano carote e patate e si tagliano a pezzetti. Si mettono le verdure in una pentola con l’acqua, si aggiunge un po’ di sale e pepe, si copre e si lascia cuocere per una buona mezz’ora, fino a quando comunque tutte le verdure sono ben cotte. Si toglie la pentola dal fuoco, si aggiunge il pecorino, o lo Stilton se si ha la fortuna di trovarlo o di avercelo, dopodiché si frulla e si serve con ancora un po’ di formaggio.
***
Quello che mi ha insegnato questa zuppa, e quindi Ruth, è che puoi cucinare una cosa mettendo la giusta dose di tutti gli ingredienti e seguendo alla lettera la ricetta, ma il sapore non sarà mai lo stesso, cambierà di volta a seconda di quanto uno ci mette di suo: passione, dedizione, gioia, rabbia, tristezza, amore, solitudine, gratitudine, amicizia…vita.

Indovina chi viene a cena

ales

Tornata dall’Inghilterra, come al solito sono stata presa da quel particolare senso di nostalgia e di inadeguatezza che caratterizza tutti i ritorni a casa… Avevo bisogno di sapere, una volta tornata, che potevo anche qui sentirmi a casa, per dopotutto la realtà dei fatti è che è qui che vivo, e così ho deciso di invitare a cena i miei amici, quelli a cui tengo di più, cogliendo l’occasione per festeggiare anche il mio compleanno (passato magicamente in Inghilterra)..

Fatti gli inviti, fissata la data, mi sentivo in fibrillazione in attesa dell’appuntamento: finalmente avrei rivisto alcuni dei miei amici più cari che per vari motivi non vedevo da qualche tempo.. Ho passato i giorni precedenti alla data prefissata a scegliere fin troppo puntigliosamente quello che avrei preparato, a comprare gli ingredienti che mi mancavano e a mettere in pratica quello che volevo fare: e dunque avanti con tonnellate di hummus e quantità industriali di salsine varie da mangiare con il pane arabo, e un adorato e adorabile crumble, con dentro anche un pochino di quel rabarbaro venuto dall’Inghilterra che l’altro giorno avevo conservato dal fare la marmellata proprio pensando a questa occasione…

Davvero non stavo più nella pelle quel pomeriggio mentre preparavo tutte queste cose.. non stavo cucinando così tanto per il piacere di farlo, ma per qualcuno a cui tengo! Ero veramente felice come una bimba che gioca alle pentoline quel pomeriggio, quando ho saputo che nessuno sarebbe venuto, ed è stato come se quella bimba avesse scoperto che il suo era solo un gioco e che in realtà nessuno sarebbe stato in grado di mangiare i sui intrugli…
Non ero arrabbiata..no, piuttosto quel pomeriggio mi son sentita più che mai delusa, e credo che ogni speranza o illusione di potermi mai sentire veramente a casa in questo posto sia definitivamente svanita.. Avevo sperato, sognato e creduto che la mia casa sarebbe sempre stata piena di amici che andavano e venivano, e per ognuno ci sarebbe sempre stata una fetta di torta o un cucchiaio di budino, ma questo non è successo e i miei amici hanno più che giustamente vissuto le loro vite, mentre io mi mangiavo il budino…

Avevo bisogno di un momento con i mei amici per consolarmi del ritorno dall’Inghilterra, ho ottenuto l’effetto opposto.. ma almeno mi consola sapere che un posto dove sto bene c’è, anche se purtroppo non è questo…

When you were young

angel

L’ultima volta che ho scritto molte cose erano diverse da come sono oggi… questo perché ogni giorno è in definitiva fatto di cambiamenti più o meno grandi, oscillazioni e sconvolgimenti che rendono assolutamente variabili gli equilibri della nostra vita…
Cosa è successo in queste settimane?!
. Innanzitutto sono stata mandata in fretta e furia in Inghilterra; non che la cosa mi abbia mai creato alcun problema, anzi, ma era la prima volta che partivo con un risicatissimo preavviso di 2 giorni… E come ogni altra volta, ho semplicemente adorato andarci per tutto quello che amo e apprezzo di questo paese: la gentilezza formale, per cui tutti trovano sempre qualcosa di educato da dire anche nelle occasioni spiacevoli; il pub sotto casa dove posso fermarmi dopo il lavoro anche se sono da sola, e ci sarà sempre qualcuno con cui scambiare due parole davanti a una pint of Flowers Pot; il tè ad ogni ora con un goccio di latte; il fish&chips servito ancora alla moda vecchia, avvolto in un foglio di giornale; il crumble e il flapjack; e mille altre cose a cui non devo pensare se non voglio versare qualche lacrimuccia…

. Ho ricevuto in regalo un nuovo obiettivo per la mia reflex, e questo mi ha reso felice come una bimba al luna park davanti al baracchino dello zucchero filato: saltellavo per la stanza, inscenando ridicoli balletti e canticchiando musiche anni ‘80, con mio fratello che mi dava corda ridendo fino alle lacrime..

. Poi sono diventata più vecchia, anche se questo non vuol dire che sia diventata né più matura né più saggia… semplicemente un anno è passato, ma io reclamo ancora il mio diritto a crescere, a imparare, a sperimentare, per capire cosa voglio fare da grande…

E mi sento sfacciatamente fortunata, e mi chiedo se esista per me un piccolo angelo custode pronto a starmi accanto e a regalarmi tutta questa fortuna… Quasi quasi più tardi do un’occhiata in giro, magari che sia nascosto dietro qualche barattolo di marmellata in cucina…

And sometimes you close your eyes
and see the place where you used to live
When you were young

Beetroot – una zuppa

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Quando ho detto a mia mamma quello che stavo cucinando, lei è scoppiata in una forte risata mista di disgusto e di stupore. Ogni sera io e mia mamma ci sentiamo per telefono, ogni sera da 6 anni, tanto il tempo che è passato da quando mi sono trasferita in città.. e ogni sera l’ambientazione è sempre la stessa: lei che ha già cucinato, cenato e lavato i piatti, io che sto giusto iniziando a cenare, o sto ancora pensando a cosa preparare per cena… Niente è cambiato in 6 anni: certe abitudini sono dure a morire, soprattutto quelle che ci tengono legati a qualcosa che non vorremmo perdere..un rapporto, una figlia, una vita insieme…

Comunque, abitudini o meno, quello che l’altra sera stavo cucinando mentre ero al telefono con mia mamma è stato per lei davvero inaudito… una zuppa di barbabietola. “Come si fa a mangiare una cosa viola?!” continuava a ripetere… eppure io l’ho mangiata, ed era buonissima…

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Zuppa di barbabietole

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2 carote affettate
1 spicchio d’aglio tritato
2 pomodori freschi tagliati a pezzetti
1 noce di burro
1 cucchiaio di aceto balsamico
1 cucchiaino di zucchero
1 lt di brodo vegetale
300 g di patate pelate a tagliate a tocchetti
500 g di barbabietola cotta e pelata
1 cucchiaino di timo
sale
1 cucchiaio di panna acida

**Si fanno soffriggere le carote, l’aglio e i pomodori nel burro in una pentola con il coperchio su fuoco medio-basso finché sono morbidi, togliendo il coperchio solo per dare una rimestata ogni tanto. Si aggiunge l’aceto balsamico e lo zucchero e si continua a cuocere per un paio di minuti. Poi si versa il brodo e si aggiungono le patate e il timo; si lascia sobbollire per 15-20 minuti finché le patate sono tenere. Poi si aggiunge la barbabietola tagliata a pezzetti e si lascia bollire per ancora 5 minuti. Si frulla la zuppa per renderla liscia e si regola di sale. Si aggiunge la panna acida disegnando una spirale e si serve con dei crostini.
***

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Sembrerà strano, ma avevo voglia di tornare al lavoro. Dopo 2 settimane passate con la mia famiglia, tra fette di panettone, scorpacciate di polenta e tanto lavoro al ristorante, la fine delle festività vuol dire per me il ritorno nella mia piccola casetta con la mia volpe Isotta e il mio cactus Gustavo, con i miei ritmi lenti e pigri e con le mie abitudini che mia mamma definirebbe forse “frugali”.

Volevo “festeggiare” questo ritorno con un piccolo pensiero dolce, che dicesse alle mie colleghe che un po’ mi sono mancate e che con loro sto proprio bene, e che le facesse ritardare ancora un po’ il pensiero di smaltire le calorie di troppo…
Così ho preparato dei piccoli dolcetti con scagliette di cioccolato fondente e polevere di cocco, e mentre cuocevano ho preparato delle piccole bustine gialle con simpatiche spirali rosse e nere, dove ho infilato i dolcetti una volta raffreddati, una cupcake per ogni collega.

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Cupcakes al cocco e cioccolato

[x una decina di cupcakes]
250 g di farina
100 g di cioccolato fondente
30 g di cacao in polvere
80 g di cocco grattuggiato
2 cucchiai d’olio
3 uova
100 g di zucchero
4 cucchiai di latte
1 bustina di vanillina
1/2 bustina di lievito per dolci
un pizzico di sale

**Per cominciare si trita/grattuggia il cioccolato. Si separano gli albumi dai tuorli, e questi ultimi si mischiano con lo zucchero finché si ottiene una crema chiara e liscia, poi si aggiunge l’olio, la farina setacciata con il lievito e la vanillina, poi ancora un pizzico di sale, il latte, il cocco, il cacao e infine le scagliette di cioccolato.
Si montano a neve gli albumi con un pizzico di sale, poi si incorporano delicatamente al resto del composto facendo attenzione a non farli smontare.
Si imburrano gli stampini per cupcakes e ci si versa l’impasto. Si cospargono i dolcetti con un po’ di cocco grattuggiato e si inforna in forno preriscaldato a 160° per circa mezzora [va prima verificata la cottura con uno stuzzicadenti].
***

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Una serie di sfortunati eventi ha però impedito che le mie colleghe ricevessero questi dolci pensierini…li ho appoggiati sulle loro scrivanie ancora sgombre e ordinate, così potranno mangiarli al loro ritorno.

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…auguri!

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Ormai è passato quasi un mese da quando questo grande cestino di cachi è entrato nella mia cucina.. erano tutti acerbi e sodi, staccati da poco dall’albero, ma con una voglia matta di maturare, perdere i tannini che li rendono legnosi e immangiabili e diventare dolcissimi.

Li ho tenuti lì per tutto questo tempo, curandoli, girandoli di tanto in tanto, e togliendo man mano i frutti che diventavano maturi… Un po’ ne ho portati a mia mamma, e insieme abbiamo fatto un po’ di marmellata, e anche una rustica ripiena di polpa di cachi…

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E  mentre aspettavo che i miei cachi diventassero un po’ alla volta pronti per essere mangiati, pensavo all’importanza dell’attesa: mi è tornato alla mente un episodio di quando ero bambina, impaziente e un po’ capricciosetta.. A pranzo dai miei nonni, mi ero ostinata a voler mangiare un caco anziché finire il cibo che era stato preparato: quel caco era legnosissimo e mi legò la bocca a tal punto che mi si asciugò tutta la saliva.. Mia nonna, che era la persona più saggia che io abbia mai conosciuto, mi disse che il caco mi aveva legato la bocca perché non avevo mangiato il resto del pranzo, e con questo stratagemma mi fece finire il cibo che avevo nel piatto.
Poi mi disse che per mangiare i cachi bisogna saper aspettare il momento giusto, altrimenti sono frutti permalosi e per ripicca legano la bocca…

…pazienza dunque, e una calma attesa: capacità che io non possiedo ancora, e non solo quando si tratta di mangiare i cachi..

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Come per ogni cosa che ci piace e ci appassiona, succede che presto o tardi si arriva ad una fine: è finita la stagione delle scarpine leggere, sono finite ben due delle tv series per cui ho una pazza e frivola adorazione [nello specifico "Life" e "Senza Traccia"...sigh!], è [quasi] finito il corso di degustazione e di abbinamento cibo/vino a cui ho partecipato in compagnia di mio zio, più per farsi quattro risate che per imparare qualcosa di concreto…

Ed è finita anche la mia massiccia scorta di castagne: in quest’ultimo periodo sono state un po’ il prezzemolo dei miei dolcetti, ma non solo di quelli…
L’ultima manciata di castagne lesse è finita dentro un simpatico gruppetto di ciotoline di crumble, in compagnia di una mela e di qualche scaglietta di cioccolato…

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Crumble di castagne e mele

130 g di farina
80 g di burro
100 g di zucchero di canna
300 g di castagne lessate
2 mele renette
2 cucchiai di zucchero
50 g di uvetta ammorbidita
1 cucchiaio di miele di castagno
1 pizzico di sale

Si mette in una ciotola la farina, il burro morbido a tocchetti e lo zucchero di canna, e si impasta con le dita fino ad ottenere dei grumi. Si sbucciano le mele e si leva il torsolo, si affettano e si fanno cuocere con l’uvetta, 3 cucchiai d’acqua e un pizzico di sale a pentola coperta e fiamma bassissima, finché sono morbide. Si frullare il tutto con le castagne aggiungendo se necessario un po’ del brodo di cottura. Si distribuisce la crema in stampini da forno, ci si può immergere volendo alcuni quadrettini di cioccolato fondente, e si cosparge il tutto con e briciole di farina. Si fa cuocere in forno a 180° per una mezzora, finché il crumble risulterà dorato.
***

Fortunatamente non tutte le cose finiscono per sempre: la stagione dei piedi scalzi tornerà tra qualche mese, presto ritrasmetteranno le nuove puntate delle mie tv series preferite, e comunque nel frattempo posso consolarmi con tutte le altre che mi creano una spensierata dipendenza, si può bere un buon bicchiere di vino ogni volta che si è in buona compagnia… e le castagne, bè, le castagne cadranno dagli alberi il prossimo autunno.

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