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Ormai è estate inoltrata qui in città: lo si deduce non solo dal caldo e dalle zanzare, ma anche dal fatto che il parco del Castello si è quasi totalmente svuotato degli studenti universitari che durante la bella stagione si ritrovano qui per studiare insieme, pranzare su un telo da picnic con un’insalata portata da casa, o anche solo per riposarsi un po’ all’ombra degli alberi in fiore..

Ieri pomeriggio il cielo era troppo bello, i colori troppo sgargianti.. girovagavo in bici dopo il lavoro quando sono capitata davanti a questo spettacolo: sono corsa a casa a lasciare la borsa del pc, e preso sotto braccio la mia reflex e sono tornata pedalando a gran velocità e fermare il tempo stupendo di ieri in questi e altri scatti… Che gioia!

My Fair Lady

Ecco, stamattina si alzerà e si accorgerà che la sua vita non ha più senso.
Perché poi è sempre questo il trauma di ogni amante respinto: venire a patti con l’affronto rappresentato dal fatto che la persona amata possa vestirsi, mangiare, respirare, parlare, ascoltare una canzone senza avere bisogno di noi, mentre noi non riusciamo a fare nessuna, ma proprio nessuna, di quelle cose senza pensare a lei.

Leggo e rileggo queste poche righe, trovate scritte sulla rubrica domenicale di un quotidiano, e mi accorgo di quanto sia tutto terribilmente vero.. E la cosa mi fa arrabbiare e vergognare: perché sono proprio le persone che con maggior presunzione si dichiarano autonome e indipendenti, le persone che dichiarano a gran voce di star bene da sole e di non aver bisogno di nessuno, che finiscono più rovinosamente per accorgersi di non poter stare da sole, di aver bisogno dell’altro, di soffrire le pene dell’inferno nel momento della separazione, di essere in definitiva “non auto-sufficienti”.. e come per ogni handicap, si trovano a dover accettare in silenzio la loro condizione, perché non comprese appieno dagli altri..dall’altro.

fieno 2, originally uploaded by betulì.

Quando l’erba alta d’estate viene tagliata, lasciata seccare stesa al sole, e raccolta stretta stretta in enormi covoni, compie un sacrificio che è un gesto d’amore: andandosene dal campo dove è cresciuta, essa lascia il posto e dona la vita alla tenera erbetta verde che crescerà dopo di lei…

Ci sono piccoli gesti che a volte ci costano fatica, ma che possono essere vitali per qualcun altro.. un sorriso, un incontro, una telefonata, un messaggio per dire ciao, una torta cucinata per far merenda insieme..

Dopo tanti anni passati a fare su e giù dagli aerei sorvolando la Manica per arrivare in Inghilterra e dietrofront, credo sia abbastanza normale perdere parzialmente la percezione di quali abitudini ci appartengono per cultura e tradizione, e di quali invece sono nostre perché acquisite da modi di vivere diversi.

A me è successo: con la birra, con il tè, con il lemon curd… questa crema soda, aspra e dolcissima al tempo stesso, da spalmare sul pane la mattina, ma anche da mangiare a cucchiaiate in quei momenti in cui prende un po’ di sconforto e c’è bisogno di coccolarsi un po’..

Il Lemon curd non è difficile da preparare, anzi…

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buccia e succo di 4 limoni
4 uova fresche
350 gr di zucchero
225 gr di burro
1 cucchiaio raso di farina di mais

Si sbattono leggermente le uova in una pentola piuttosto capiente e si aggiungono il succo e la buccia grattugiata dei limoni, lo zucchero, il burro ammorbidito a temperatura ambiente e la farina di mais. Si fa cuocere il tutto a fiamma bassa per 8-10 minuti circa, mescolando continuamente con una frusta finché si ottiene una crema densa e liscia. Finita la cottura la crema va versata in piccoli recipienti sterilizzati che vanno riempiti fino all’orlo, chiusi ermeticamente e capovolti per qualche minuto.
La crema puó essere conservata al fresco anche per 2-3 settimane.
**

Non è facile capire i motivi per cui una persona che si conosce molto bene cambi, cresca, maturi e diventi più indipendente, ma nonostante ciò è importante fare uno sforzo e accettarne ogni cambiamento, per il bene proprio e di quella persona.. Perché insieme alle persone possa crescere e migliorare anche il rapporto che c’è tra loro: non è giusto rimpiangere chissà quali ormai andati “vecchi tempi”, non gioverebbe a nessuna delle parti.
Ho capito che a volte le parole non bastano per far capire certe cose, e questo è un caso.. ci vogliono espressioni, gesti amichevoli, piccole azioni che ricordino sensazioni e stati d’animo, qualcosa di concreto che aiuti a ad unire presente e passato, qualcosa che senza parole riesca a dire: “sono cambiata, sono cresciuta, perché è così che deve essere, ma i sentimenti non sono cambiati, non cambieranno mai”.

Io ho trovato quel qualcosa in un pentolino rosso e in barattolo di lemon curd giallo acceso… Possiamo continuare a condividere le piccole passioni di ogni giorno come abbiamo sempre fatto fin da quando io ero piccola, non credi che possiamo continuare a condividere anche tutto ciò che circonda e completa quelle passioni, rendendole più vere, più grandi, più nostre?!
Io credo di sì, e sono contenta che anche tu lo credi…e così il lemon curd che abbiamo preparato insieme in quel freddo sabato pomeriggio ha un sapore impareggiabile: il sapore di un rapporto sincero e adulto.

…sono come un limone maturo: mi stacco dal mio ramo e rotolo per terra; non so chi mi raccoglierà, ma il mio sapore sarà sempre quello unico dell’albero di limoni su cui sono cresciuta…

2 biscottini

Mmmmm…2 biscottini..! Questo era quella che diceva una mia cara compagna di liceo (ormai secoli fa) tutte le volte che vedeva o che si parlava tra amiche di un ragazzo particolarmente carino… Nessuno ha mai capito il perché…
In ogni caso oggi pomeriggio, mentre preparavo questi biscottini alle nocciole, mi è tornata alla mente questa sua strana usanza e ne ho riso parecchio: un po’ in ricordo di anni e momenti che non torneranno più (sigh!), un po’ per il folle pensiero di quanto ero immatura e spensierata a 18 anni, e le mie amiche con me..

Nel nostro giardino

Ti ho molto amato e anche se non potrò più vederti coricare, non ti dimenticherò e verrò un giorno a cercarti nel nostro giardino

Ci sono sentimenti più grandi della stessa vita, sentimenti che rimangono forti e presenti a fluttuare nell’aria, e si confondono danzanti col profumo dei fiori di un giardino, in cui 2 anime possono stare insieme per sempre.

Ricordo benissimo la prima volta che son partita per l’Inghilterra, ormai più di 10 anni fa, quando ancora ero una bambina e non avevo la più pallida idea di come andassero veramente le cose… Passare dal mio piccolo paesello sperduto tra le montagne ad una vivissima cittadina dell’Inghilterra del Sud fu un vero e proprio shock culturale, ma ebbe su di me giovane anima da plasmare un effetto potente e positivo, e tuttora c’è in me molto di quella prima volta…
Negli anni, l’Inghilterra mi ha fatto sperimentare e conoscere molte cose alternativamente importanti e frivole, mi ha fatto imparare abitudini e stili di vita, mi ha messo a contatto con esperienze ed esperimenti quotidiani.
Forse la cosa per certi versi più importante che mi sono portata dall’Inghilterra fin dalla prima volta è il rito del tè, scura bevanda che prima non sapevo apprezzare nel giusto modo, forse perché abituata a berne un surrogato neanche lontanamente somigliante. Negli anni invece ho imparato (un po’ dall’Inghilterra, un po’ da paesi lontani) ad apprezzare le varietà di tè più diverse, con i nomi più strani e i colori della terra.

Ma veniamo all’oggi. Sono ormai passati mesi da quando ho provato per la prima volta il matcha, regalatomi da un’amica dentro un piccolo scatolino di latta… L’ho adorato subito, perché a modo suo è diverso da tutti gli altri che ho provato (senza nulla togliere a tutti gli altri - ovvio).
Da quel giorno scatolini di latta pieni di matcha vanno puntualmente a sostituire quelli vuoti, e ora non contenta ho anche voluto provare a fare quello che da tempo vedo e leggo su blog e libri di ricette: un cake al matcha.

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100 g di burro salato a temperatura ambiente
100 g di zucchero a velo
120 g di farina
2 uova
50 g di mandorle in polvere
5 g di lievito
2 cucchiaini di matcha in polvere
1 pizzico di sale

Mescolate la farina, il lievito e il matcha setacciato. Preriscaldate il forno a 200°.
Separate i tuorli dagli albumi. Sbattete i tuorli e lo zucchero a velo in una ciotola capiente e aggiungete le mandorle in polvere. Incorporate i pezzi di burro, e mischiate finché il composto non diventa liscio.
Aggiungete un pizzico di sale agli albumi e montateli a neve.
Aggiungete la farina nella ciotola con i tuorli, poi incorporate a poco a poco gli albumi montati.
Imburrate uno stampo da cake e versateci l’impasto. Mettete in forno a abbassate la temperatura a circa 160°; lasciate cuocere per una mezz’ora, aspettate 10 minuti prima di togliere il cake dallo stampo e poi fate raffreddare su una griglia.**

E così ho scoperto che non solo questo strano tè dal nome che sa di paesi lontani è ottimo se bevuto a piccoli sorsi da una ciotolina senza manici, è ottimo anche nascosto tra le pieghe di una torta soffice e friabile.
Mi verrebbe voglia di raccogliermi i capelli con una spilla, indossare un kimono dai colori sgargianti e sedermi sulla mia sedia a dondolo, con in mano una fetta di questa torta, mentre ascolto il silenzio del mattino.

Logo

Una polo Lacoste.
Un maglioncino Ralph Lauren.
Un paio di jeans Levi’s.
Un paio di scarpe Hogan.
Un astuccio Luis Vuitton.
Un paio di occhiali da sole Dior.
Un lettore mp3 Apple iPod.
Un’automobile Mini Cooper.

L’apparenza non inganna. Nemmeno se firmata.

Osservare. Ascoltare.

Strano. Quando si tratta di capire, di comprendere e di andare oltre le apparenze, ci sono persone che lo fanno osservando, scrutando da lontano, senza in realtà avvicinarsi mai del tutto al loro “osservato speciale”; e poi ci sono persone che si avvicinano al loro paziente, tanto vicino da riuscire a prendergli la mano, e ascoltano, sentono tutto, anche le cose non dette ma solo sospirate.

Quando si tratta di capire, ci sono persone che sanno osservare, e persone che sanno ascoltare.
Mi domando se si possa fare entrambe le cose…. ma credo di no…

la marmellata di rabarbaro

E alla fine è arrivato il rabarbaro… L’ho intravisto su una delle tante bancarelle di frutta e verdura che colorano il mercato del sabato in Portobello Road: era lì, freschissimo, di un bel rosso sgargiante, e lo vendevano ad un prezzo stracciato… Pochi istanti, e la mia valigia del viaggio di ritorno si sarebbe appesantita di un paio di chili…

Tornata a casa, messo il mio rabarbaro al fresco in frigorifero, mi ripropongo di dedicargli il sabato mattina, perché so che fare la marmellata è un rito, e come tale ha bisogno dei suoi tempi e dei suoi gesti, insomma non è una faccenda che può essere sbrigata in quattro e quattr’otto una sera tardi dopo il lavoro di tutta una giornata…

E così è stato. Sabato mattina, sveglia presto, agitatissima come una scolaretta al suo primo giorno di scuola, banalmente perché non avevo mai cucinato niente con il rabarbaro (non avendolo mai trovato qui in Italia..), motivo per cui non avevo la più pallida idea di come se ne facesse la marmellata…
Mentre facevo colazione, con davanti il mio bel mazzo di rabarbaro, pensavo e ripensavo alla ricetta migliore, la mia mente creava combinazioni di ingredienti e immaginava per ognuno i possibili risultati…

Alla fine la “ricetta” più plausibile per la marmellata di rabarbaro mi è sembrata questa:

**Ho pelato il rabarbaro e tolto i filamenti come se fosse sedano (anche se sfortunatamente così facendo tutto il bel colore rosso si scarta), poi l’ho tagliato a tocchetti e fatto bollire 5-6 minuti con un pezzetto di limone. Una volta scolato da tutta l’acqua e tolto lo spicchio di limone, l’ho passato (sempre perché non sopporto nelle marmellate il cambio di consistenza della frutta a pezzetti) e pesato: orrore!, da quasi 2 chili di rabarbaro fresco avevo ottenuto solo 700 g di rabarbaro pulito e cotto… Con un po’ di magone per questa scoperta, ho calcolato di dover mettere circa 600 g di zucchero per chilo di rabarbaro: quindi nel mio caso più o meno 450 g. Ho messo purea di rabarbaro e zucchero insieme in una pentola e ho iniziato a cuocere la marmellata a fuoco medio, mentre man mano aggiungevo lo zenzero in polvere. In una mezzora la marmellata era pronta per essere invasata.**

La marmellata era venuta squisita. Ma pur nella soddisfazione di aver imbroccato a spanne la ricetta, non potevo essere più sconsolata: la marmellata era color cetriolo cotto, e la cosa mi metteva una tristezza infinita…
Questo dimostra peraltro che la mia ingenuità non ha limiti: mi era assolutamente noto che la marmellata di rabarbaro non fosse fucsia, avendola mangiata mille e una volta in Inghilterra, ma chissà per quale strano intrigo mentale ho sperato fino all’ultimo che una qualche alchimia rendesse la mia del bel rosso acceso che avrei voluto…

Il lavoro, i mille pensieri, la bella stagione… tutto un insieme di fattori si mixa per giocare contro di me, e io divento svogliata, disattenta e soprattutto disorganizzatissima.. e così la mia stanza si trasforma in un percorso ad ostacoli tra scarpe, borse e pochettes, sacchetti ancora da svuotare, una valigia da disfare in mezzo alla stanza, il ferro da stiro; il frigorifero invece diventa un cimitero di cibi vecchi di giorni che, una volta stufi di implorare pietà e guardarmi con occhi supplichevoli, decidono di incamminarsi per conto loro verso il loro triste destino…
E’ questa spiacevole sorte, toccata ad un gruppo di zucchine raggrinzite, che mi ha fatto decidere di riprendere il controllo della situazione: una bella rimboccata di maniche e via con una sessione plenaria di pulizia frigo… Son saltate fuori, tra le altre cose, due patate dell’ante guerra, mezza scatola di fave arabe, un vasetto di yogurt greco in via di scadenza…
Domanda: che fare?
Risposta: una zuppa di fave con yogurt greco e cumino …ormai una delle ultime (o l’ultima in assoluto) zuppa calda (tiepida) della stagione, che proprio per questo ho assaporato con gran gusto ed enorme piacere, a tratti quasi nostalgico in previsione dei lunghi mesi di assenza fino a settembre…

Mangiare una zuppa seduta sul divano con in mano la mia bella ciotola è una cosa che mi fa stare davvero bene…è una cosa che sa di tempi andati, che sa di casa di mia nonna, che sa di autentico…

Bene, anche per questa volta il frigorifero è salvo.. riorganizzare le cose non è poi così difficile, basta averne voglia, e con un po’ di pazienza e di buona volontà quello che prima era il caos può trasformarsi in ordine e semplicità.
Ma non è sempre così quando in testa si ha un caos di pensieri, idee, emozioni, sensazioni, preoccupazioni… con tutte queste cose non ci si può fare una zuppa.. ne verrebbe fuori solo un gran minestrone…

Take Courage

Fatti coraggio.
Vai avanti.
Non guardare indietro.
Pensa che tutto è possibile.
Vivi.

corsi e ri[n]corsi

Quando si inizia una nuova storia (anche se può essere presto per parlare di una storia), si è completamente e totalmente coinvolti e concentrati su quella persona, e questo accade soprattutto quando questa toglie il fiato e lascia senza pensieri… non esiste nient’altro, attorno non c’è nessun’altro…
Poi basta sbirciare una foto, trovata per caso in una stupida gallery sul sito di qualche locale alla moda, e tutto intorno torna ad essere presente e pressante, opprimente e insistente…
Come la storia ha (dicono) i suoi corsi e ricorsi, così le persone hanno i propri… amori rincorsi e mai raggiunti che ricorrono, e che continuano a correre più forte per non lasciarsi prendere…

La vita sa essere davvero stronza, e una situazione idilliaca può diventare infernale in un batter di ciglia… Tempo un battito di mani, e ci si ritrova a rincorrere ancora una volta, anche se si vorrebbe solo correre…

Incontrarti una sera insieme a lui che ci presenterà, e io, forte come vorrei, dire semplicemente “come va?”, liberando i pensieri dall’idea che sei tu, ricominciando da capo con nella mente solo lui.
Non tu. Lui.

1 minuto di silenzio

“another head aches, another heart breaks, I’m so much older than I can take and my affection, well, it comes and goes…”

A modo tuo eri bellissima, innamorata della vita e di tuo marito… tu e lui, insieme da una vita eppure spensierati e legati l’uno all’altra come il primo giorno, sempre pronti a farvi scherzi maliziosi e a bisticciare per gelosia…
A modo tuo eri speciale, sempre così attenta a tutti quelli che ti stavano accanto, per un giorno, una settimana, una vita…non dimenticavi un natale, un compleanno, una ricorrenza, e c’era sempre una parola d’affetto per tutti…
A modo tuo eri così fragile, pronta a commuoverti per un abbraccio, per una fotografia scattata insieme, per una dedica da recitare a memoria di cui si dimenticano le parole per l’emozione…

A modo tuo sei così forte, come lo è l’emozione che mi schiaccia la mente, come il ricordo del tuo sorriso un po’ sbilenco che mi offusca la vista…
Thank you so much, Iris, and I’ll see you next time, right? …mi risponderai ancora “of course, darling!”, vero?!

Promemoria del mese di Maggio [1]

Sembravamo 2 groupies impazzite per la band del cuore, io e mio fratello, mentre scattavamo una foto via l’altra più o meno ad ogni moto che ci sfrecciava accanto sollevando grossi pezzettoni di terriccio…
Non sarà il massimo dell’ecologia, ma regala un’emozione fortissima (a chi ha voglia di lasciarsi emozionare..): lo spirito un po’ competitivo un po’ amichevole e solidale, il rumore dei motori 4tempi, i corridori felici e soddisfatti di finire la gara infangati dalla testa ai piedi, il panino con lo strinù del chiosco vicino al paddock…

* 2 giorni di Campionato Italiano di Enduro: perché lo seguo con mio fratello, perché da adolescente ho avuto solo uno scooter, perché mi piace sentire il rumore delle moto
* 3 giorni di Londra (again): perché Mari non c’è mai stata, perché ce lo regaliamo come weekend post-laurea, perché 2 pulci e un ragnetto hanno ancora tanto da fare insieme
* la marmellata di rabarbaro: perché in Inghilterra se ne trova freschissimo in tutti i mercati, perché stavolta in valigia ci sarà posto, perché il rosso tendente al fucsia è un colore che mi piace
* un appuntamento tanto atteso: perché forse era destino, o forse perché c’era semplicemente bisogno di un po’ di tempo, comunque perché toglie il fiato

Sabato, le 7 del pomeriggio. Con mio fratello e alcuni amici rugbisti a Calvisano (”ridente” paesino della bassa bresciana) per Calvisano - Treviso del torneo Super10.

Il tempo è primaverile, con un venticello tiepido e un sole ormai al tramonto che scalda le tribune, contribuendo a rendere l’atmosfera ancora più magica e intima, come solo l’atmosfera di una partita di rugby sa essere.

Noi ovviamente tifiamo Calvisano, ma quando si assiste ad una partita di rugby in fin dei conti non importa chi vince, o per che squadra si fa il tifo… quello che conta veramente è veder giocare a rugby, con impegno e lealtà.

piccola riflessione

Come si può essere d’aiuto ad un amico a cui si è molto legati, ma che si è consapevoli di aver precedentemente ferito?

Vorrei riuscire a tacere qualche volta, e tenere quello che ho da dire per il momento in cui può avere davvero un valore; vorrei non sprecare le parole, ma usarle perché diventino preziose per chi le ascolta.

Betulì @ Schamp France

Di solito quando sono in Inghilterra la mia percezione delle cose in un certo modo cambia, diventa più inconsistente.. Sarà che il lavoro occupa gran parte delle mie giornate (e dei miei pensieri), sarà che ho sempre pochissimo tempo da dedicare e me stessa, sarà che comunque in Inghilterra mi sento sempre così bene da dimenticare ogni cosa, fatto sta vedo e penso le cose in modo diverso…

Ad esempio, pur controllando la posta ogni giorno, non ho dato molto peso diciamo pure al 95% delle mail ricevute in quei giorni. Solo ora, dopo qualche giorno di sedimentazione su suolo italiano, ricomincio a focalizzare e a dare la giusta importanza alle cose.

Ed è proprio grazie a questa ritrovata capacità che stamattina ho dato un’occhiata alla posta della scorsa settimana.. e che ti trovo lì in mezzo?! Una mail in cui mi si annuncia che, senza che io abbia mai alzato un dito, questa mia foto era stata selezionata per comparire all’interno della guida online Schamp France …Si tratta di una foto neanche troppo bella del Velodrome Stadium di Marseille, dove ero stata a settembre per Italia-Nuova Zelanda, prima partita dei mondiali di Rugby.

Non so né come né tantomeno per quale motivosia stata scelta, visto che questa foto è pure un po’ bruttina, ma in ogni caso la cosa mi fa davvero molto piacere! Tra l’altro la foto inserita nella guida contiene un link alla mia pagina Flickr, quindi più o meno è come farsi pubblicità senza volersela davvero fare…

Quando sono in Inghilterra, passo gran parte delle mie giornate lavorative nell’ufficio che tutti vorrebbero: Café Nero. Uno va lì, si mette in coda, ordina al banco quello che vuole [una tazza di tè al latte con un muffin per esempio, o un cheesecake, o un cappuccino con panna montata...], se lo porta al tavolo e se ne può stare lì per delle ore senza che nessuno abbia nulla da ridire…
C’è chi va da Café Nero per far colazione in compagnia di un buon libro, chi ci porta il pc per lavorare o controllare la posta, chi si incontra per discutere di un progetto di lavoro, chi ci va con i bambini, chi pranza, chi prende un caffè to drink out e se ne va, chi si siede su un divanetto e con ago e filo ricuce ad una giacchetta alcuni bottoni che erano venuti via…

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