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Focaccia ai crauti e mele

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In questi giorni è quasi d’obbligo pensare alle persone a cui si vuole bene, anche se non ci sono più vicine.. E io ogni anno penso a mia nonna, che è stata una delle persone più importanti della mia vita e continua ad essere la mia luce e la mia fonte di saggezza. Lei aveva tutta la pazienza di questo mondo, e anche qualcosina in più, e mi parlava con ferma dolcezza per convincermi quando tutti gli altri desistevo anche solo dal provarci… Così per anni, lei è stata l’unica persona a riuscire a entrare nella mia testa e a scalfire pian piano gli spigoli più brutti e negativi di quel mio carattere testardo e intrattabile… Per anni, lei è stata l’unica a riuscire con i più svariati stratagemmi a farmi mangiare quando mi impuntavo dicendo che “quella roba lì, no, non l’avrei buttata giù neanche con la forza”…

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Oggi ho cucinato una focaccia che avevo imparato a fare in Germania,  e l’ho fatto pensando proprio a mia nonna, che da ragazza ha lavorato per anni nella Svizzera Tedesca, e da lì ha riportato con sé strani modi di dire [ricordo ad esempio che per un tempo lunghissimo tutti in famiglia usavamo " strunfose" per dire la calza-maglia...] ma anche sapori e ricette inusuali per la cucina di casa sua: i rösti di patate, la crostata alle prugne che lei chiamava vaje e nessuno ha mai saputo dirmi cosa volesse dire, i crauti che per lei indicavano qualsiasi tipo di cavolo cucinato in qualsiasi modo….

Focaccia ai crauti e mele
1 rotolo di pasta per focaccia
1 ciotola di crauti
1 mela preferibilmente rossa
1 confezione di formaggio fresco
***
Innanzitutto si preparano i crauti della verza bianca in una padella con un filo d’olio e facendola poi cuocere lentamente con 2-3 cucchiai di aceto. Quando, una volta raggiunta una consistenza morbida, i crauti saranno pronti e un po’ raffreddati, si può passare a preparare la focaccia: si stende la pasta su una teglia ben oleata e ci si spalma sopra il formaggio fresco, poi la si cosparge di crauti e per finire ci si mette sopra la mela tagliata a rondelle. Si fa cuocere la focaccia a 180° per una mezzoretta.***

Can you read my mind?

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Non ci si può mai fidare dei sentimenti: il più delle volte prendono e vanno per conto loro senza neanche avvertirti, senza nemmeno darti ad intendere che piega abbiano intenzione di prendere… Questo è più o meno quello che mi sta succedendo: testa e cuore stanno andando per i cavoli loro, tra l’altro in direzioni decisamente divergenti, con me in mezzo a fare da inutile paletto divisorio nell’infinita lotta tra ragione e sentimento…

Mi è capitata una cosa strana dopo l’ultima volta che ho scritto… Non avevo mai parlato con nessuno di quello che mi passava per la mente, tranne a mio fratello ovviamente [con lui non c'è storia visto che sa vedere dentro di me come nell'interno di un calzino rivoltato] …Il fatto è che mi prodigo nell’ascoltare i problemi degli altri e nel dispensare consigli a chi ne ha bisogno, ma quando si tratta di me non riesco a chiedere lo stesso trattamento… Quando c’è una nube che offusca i miei pensieri, quello che faccio è chiudermi a riccio attorno alla nube nell’attesa che torni il bel tempo sopra di me, o ancor peggio che qualche veggente mi legga la mente e mi aiuti a trovare le risposte per risolvere i miei quesiti esistenziali…

Così non sono sicura di credere e pensare tutto quello che ho scritto l’ultima volta, ma avevo bisogno di farlo, per riuscire magari a trovare tra le righe la chiave per leggere dentro me stessa…

Oh well I don’t mind, if you don’t mind
‘Cause I don’t shine if you don’t shine
Before you go, can you read my mind?

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Ormai è ufficialmente arrivato il freddo [quello vero mannaggia!] e ho pensato che mentre ero lì a metter via i sandaletti e i vestitini leggeri, forse era il caso di fare un po’ d’ordine anche sui pensieri che mi hanno accompagnato nei mesi caldi… Quella appena trascorsa è stata un’estate surreale, una vacanza per l’anima scandita da continui spostamenti e continui cambi di prospettive, ma con in mente pochi chiodi fissi ben piantati fin nel profondo della mia piccola [e vuota] scatola cranica…
Durante tutti questi caldi mesi sono stata innamorata di un ragazzo magnifico, una di quelle persone che sanno riflettere attorno a sé la loro bellezza e riescono a tirar fuori dagli altri quanto hanno di positivo. In tutti questi mesi ho testardamente taciuto, perché per tutta una serie di svariate ragioni so di non meritare questo ragazzo con gli occhi di un bambino e un sorriso pieno di gioia… Eppure ho vissuto di speranza, e di illusione: dopo aver cercato invano di non ascoltare i miei sentimenti, fin dall’inizio ho fatto di tutto per essere razionale e non costrurmi castelli in aria che si sarebbero poi trasformati in gabbie per i miei pensieri….e invece il mio inconscio, che è ancora quello di una stupida adolescente, ha pian piano creato sogni impossibili di felicità, lui era [geograficamente] lontano da me e io potevo come una sciocchina fantasticare di momenti passati insieme e di un amore che finalmente mi avrebbe completata…

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Penso di aver già detto numerosissime altre volte quanto per me sia terapeutico preparare marmellate: passare ore interminabili davanti ai fornelli compiendo gesti lenti e tutti uguali mi apre la mente, e i pensieri trovano di solito le loro motivazioni, le loro cause e le loro conseguenze…
Questa volta ho deciso di provare a preparare un marmellata con l’uva che si usa per fare il vino, come quella che mio papà ha raccolto in vendemmia su colline lontane…
***
Per fare la marmellata d’uva, ho “sgranato” gli acini in una pentola e li ho fatti cuocere a fuoco medio per circa 3/4 d’ora, mettendoci a inizio cottura meno di mezzo bicchiere d’acqua giusto per non farli attaccare. Li ho passati al passaverdura per eliminare i semi e la buccia più dura; ho aggiunto 400 g di zucchero per 1 kilo di passata e ci ho messo 3-4 mele tagliate a pezzettini per far sì che la marmellata venisse un po’ più densa. Ho fatto cuocere la marmellata per un’altra mezz’ora abbondante mischiando di tanto in tanto, poi l’ho passata nuovamente al passaverdura [detesto il cambio di consistenza!] e l’ho infine messa in tanti piccoli vasetti che adesso riposano al buio ben chiusi e capovolti [sterilizzazione 1.0...]***

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Con un po’ di marmellata ci ho già farcito una tortina fatta con la farina integrale che mi son mangiata per colazione, per cercare con un po’ di dolcezza di togliermi quella faccia imbronciata di chi è contrariato con sé stesso per la sua stupidità…

Torta di farina integrale
200 g di farina integrale
100 g di farina bianca
300 g di burro
300 g di zucchero [150 semolato + 150 di canna]
6 uova
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
1 barattolo di marmellata
***
In una ciotola si lavora il burro con i 2 tipi di zucchero, poi si aggiungono i tuorli, la vaniglia, le farine, il lievito e un pizzico di sale. A parte si montano gli albumi a neve ben ferma e poi si incorporano delicatamente al resto del composto. Si versa in uno stampo imburrato e infarinato e si inforna a 180° per circa 45  minuti. Una volta tolta dal forno, la torta deve raffreddare prima di essere tagliata a metà e farcita con la marmellata.***

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Ora che l’estate è davvero finita, io sono definitivamente rientrata da quella che è stata una vacanza dell’anima e la realtà mi ha travolto come un trattore: continuo a non meritare quel ragazzo, la nostra giovane amicizia non può andare da nessuna parte, e anzi io non ho nessun diritto di pretendere un bel niente.

Poi però mentre preparavo la mia marmellata di uva ho capito una cosa: più importante di ogni capriccio post-adolescenziale, è la possibilità di passare del tempo con lui, per poter ridere dei suoi modi goffi e scaldarmi del calore della sua allegria contagiosa… D’altronde, solo perché l’estate finisce non è che il sole smette di sorgere e tramontare, e scaldare tutti i piccoli sassolini che riposano in riva al fiume..

Now that she’s back from that soul vacation
Tracing her way through the constellation,
She checks out mozart while she does tae-bo
Reminds me that there’s time to grow
[Train - Drops of Jupiter]

Brownies alle pere

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Il weekend appena trascorso è stato uno dei più belli degli ultimi tempi… Il mio adorato fratello è stato da me per un paio di giorni, e insieme ci siamo divertiti come dei matti, pur nella semplicità delle abitudini che scandiscono le nostre giornate insieme: un aperitivo, un film, una birra, un po’ di rock’n'roll, un pic nic in collina, battute sceme che ci fanno ridere a crepapelle, una torta al cioccolato…

Brownies alle pere
200 g di cioccolato fondente
120 g di burro salato morbido
100 g di farina
160 g di zucchero
3 uova
5-6 pere
100 di nocciole
***
Innanzitutto si sbucciano le pere, si tagliano in quarti e ci si spruzza sopra un po’ di succo di limone per non farle annerire. Si spezzetta il cioccolato in un pentolino e si fa sciogliere a bagnomaria. Nel frattempo si mischia il burro con lo zucchero, e quando la crema è ben liscia si aggiungono le uova una alla volta senza mai smettere di mescolare, poi si aggiungono la farina, il cioccolato fuso, le nocciole tritate molto grossolanamente e un pizzico di sale. Si mette il composto in uno stampo imburrato e infarinato, poi ci si fanno “affondare” i quarti di pera. Si fa cuocere in forno preriscaldato a 150° per una mezzora circa.***

Queijadas de Sintra

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Sintra, tra i luoghi visitati durante il viaggio in Portogallo, è forse la cittadina che meno è riuscita a lasciare un segno forte nei miei ricordi… Non che non sia un posto strano e particolarissimo, con tutte quelle ville e palazzi che sembrano usciti da un libro di fiabe… Si tratta però di un paese che attrae moltissimi turisti [portoghesi e non], perdendo quindi talvolta quell’atmosfera di autenticità che si può trovare invece altrove  in giro per il Portogallo…
Preferenze a parte, rimane comunque un luogo con un fascino tutto particolare, fatto di venditori di caldarroste, di vicoletti che sbucano su angoli inaspettati, di simboli massonici sparsi qua e là sulle pareti delle case, di dolcetti tipici al gusto di cannella. Tra questi ultimi, io e Marianna siamo state colpite dalle Queijadas de Sintra, piccole tartellette con un morbido ripieno di formaggio e cannella.. La Routard, preziosissima ed affidabilissima compagna del nostro viaggio, dava indicazioni molto precise su dove acquistare le vere queijadas per non incorrere in “copie” più o meno riuscite [la guida metteva addirittura in guardia da fantomatiche copie in cui "pare che nemmeno le uova siano autentiche..."]. Uno dei locali “certificati” per la vendita di questi dolcetti è la Piriquita, un grazioso baretto in stile retrò dove entrando si prende il numero, si attende pazientemente il proprio turno e infine si possono acquistare piccole confezioni di queijadas avvolte in una carta bianca con scritte azzurre, prese direttamente da uno scaffale su cui sono ordinatamente in attesa, un pacchettino sopra l’altro, di essere portate via.
Quei piccoli dolcetti speziati erano davvero deliziosi, e io non potevo certo non provare a riprodurli una volta tornata nella mia cucinetta [con uova autentiche, ovvio!]

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Queijadas de Sintra
[Per la pasta]
250 g di farina
1 cucchiaio di burro
1 bicchiere di acqua
1 pizzico di sale
[Per il ripieno]
300 g di formaggio fresco
200 g di  zucchero
2 tuorli d’uovo
2 cucchiai di farina
1 cucchiaino di cannella
1 cucchiaino di fecola di patate
1 pizzico di sale
***
L’impasto va preparato la sera prima [o 8 ore prima] con la farina, il burro ammorbidito, l’acqua e il sale; deve venire una pasta morbida e facile da lavorare. Il composto va coperto con un panno asciutto e uno umido appoggiato sopra il primo. Il giorno dopo, si prepara la crema mescolando il formaggio con lo zucchero, i tuorli d’uovo, la farina, la fecola e la cannella; bisogna mischiare bene fino a che non si ottiene un impasto omogeneo. A questo punto si stende la pasta con il mattarello e la si taglia a cerchi con un bicchiere [o una formina rotonda se si vuol essere più professionali!]. Si mette ogni cerchio di pasta in una formina imburrata e infarinata e ci si mette dentro il ripieno di formaggio. Si cuociono le tartellette in forno preriscaldato a 180° per 15-20 minuti circa.
***

Ricordi Lusitani

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Sono tornata dal Portogallo ormai una da una settimana, con mille ricordi, mille esperienze nuove ed esilaranti, mille volti incontrati lungo il viaggio, mille [proprio mille!] fotografie che fermano visi, luoghi, sensazioni, istanti dentro piccoli rettangoli da guardare e riguardare con parenti e amici, o da soli nei momenti di nostalgia, quando ti prende quella sensazione che i Portoghesi chiamerebbero saudade

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La settimana trascorsa in Portogallo con la mia amica Marianna è stata la straordinaria scoperta di un paese a volte strano e decadente, ma sempre autentico e pieno di sorprese..
Siamo partite con poche certezze: un volo di andata su Oporto, un volo di ritorno da Lisbona, un’auto a noleggio, una guida Routard…lasciando che gli spazi mancanti venissero riempiti sul momento, un po’ per volere nostro e un po’ per puro caso, in modo da poter “assaporare” senza fretta ogni luogo, ogni attimo, ogni scorcio di vida portuguesa..

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Oporto, Coimbra, Nazaré, Fatima, Batalha, Sintra e Lisbona sono diventate le tappe del nostro viaggio, un viaggio fatto di indicazioni stradali a volte mancanti e confusionarie, di lunghissimi ponti sospesi su corsi d’acqua, di strade deserte.. poi, scendendo dalla macchina, un viaggio fatto di camminate interminabili, di salite e di discese, di vicoli strettissimi e scalinate ripide e un po’ sghimbesce, di marciapiedi lucidi e scivolosi, di scorci mozzafiato e angoli indimenticabili…

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Il nostro è stato un viaggio senza fretta, in un pezzetto d’Europa senza tempo e fuori dal tempo…
E come uno dei tanti azuleijos che riveste le pareti delle case, anche il mio ricordo del Portogallo è formato da tanti piccoli tassellini che si affiancano l’uno all’altro a formare un ritratto nitido e coloratissimo di questa terra sorniona che profuma di bacalhau..

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Nota: Marianna costruisce con le parole dervisci danzanti… è una giornalista nata, in tutti i sensi. Rimando ai suoi bruschi dettagli per la cronistoria del nostro Portogallo.

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Avrei voluto sinceramente scrivere molto prima di oggi, per fare in modo che ogni idea, ogni sensazione, ogni cosa vista e vissuta qui in Portogallo avesse un suo giusto spazio… ma qui ogni cosa è talmente diversa, talmente fenomenale che gli eventi hanno preso un loro corso, lontano ahimè da questo blog…

Se penso a questi primi giorni, mille cose mi vengono in mente per descrivere questa terra, ma ancora tutte non mi sembrano abbastanza complete, e se le usassi mi sembrerebbe di non rendere giustizia ai luoghi, alle persone, alle usanze…

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Sembra che in Portogallo il tempo si sia fermato almeno una trentina di anni fa, o anche prima, con le donne che fanno il bucato e lo stendono ad asciugare ai balconi, i bambini che giocano nelle piazzette, gli uomini che si ritrovano in barettini di quartiere dal mobilio anni ‘70…
Soprattutto nei piccoli paesi, si ha proprio l’impressione che la gente tiri a campare come può, anche se non manca mai il buon umore, l’infinita buona educazione e la straordinaria gentilezza: tutti si danno il bom dia, tutti si sforzano per comunicare con te in ogni lingua possibile… E il senso di ospitalità è fortissimo: l’altra sera per ben due volte due diversi padroni di due diversi piccoli ristoranti ci hanno offerto un bicchiere di Porto per brindare alle nostre ferie, e il mattino seguente il gestore di un baretto ci ha offerto col caffè un bicchiere di acqua cristallina e si è messo a spostare sedie e tavolini per fare in modo che potessimo godere della vista migliore sul mercato della frutta lì di fronte…

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La gente ha poco, ma il sorriso non manca mai su questi visi dai tratti quasi arabi e dalla pelle olivastra, scavati dal vento e dalla salsedine dell’immenso atlantico… E il poco che ha, basta e avanza per stregare l’animo di chi arriva in questa terra quasi arida, tutte strade in salita e case che ammassate l’una all’altra formano un mosaico meraviglioso di azulejos

Road to Portugal

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Suonerà strano, ma pur avendo passato l’estate viaggiando, non ho ancora fatto una vera vacanza, e credetemi, viaggiare per lavoro non ha nulla a che vedere con il viaggiare fine a sé stesso…
Finalmente però anche per me è arrivato il momento di preparare la valigia con lo spirito della piccola viaggiatrice, pronta a visitare luoghi nuovi, scoprire sapori inusuali, conoscere persone e vite nuove…
Fra meno di 24 ore sarò in Portogallo, per una settimana in cui di certo ci sono solo il punto di partenza, il punto di arrivo e una macchina a noleggio; tutto ciò che sta in mezzo nascerà sul momento con un po’ di incoscienza, mischiata ad una grossa dose di buona volontà e voglia di esplorare, ma anche ad una bella manciata di follia…

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Quando questo strano mese di Agosto è iniziato, non credevo che ne sarei passata indenne… Ero completamente a pezzi, piena di nostalgia per quello che mi ero lasciata alle spalle, in un mese di Luglio altrettanto strano… La testa pulsava al ritmo frenetico di tutti i ricordi, le sensazioni, le emozioni che avevo provato fino a poco tempo prima; e ancora non avevo avuto il tempo di smaltirle che già mi dovevo catapultare in un’altra realtà, un po’ controvoglia a dire il vero, dovendo farmi forza per lasciare da parte i pensieri e cercando ogni possibile attività che occupasse le mie giornate al posto di una lunga attesa…

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Così ho riempito i miei giorni di interminabili ore di faticoso lavoro al ristorante di mia mamma, ma anche di passeggiate in alta montagna, di colazioni e merende con pane e salame seduta da qualche parte in mezzo ad un prato, di giornate di sole passate alla ricerca di stranezze montane, di pomeriggi di risate folli in compagnia di mio fratello… Per un mese mi sono sentita un po’ Heidi, e le caprette mi facevano ciao.

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Questo è stato il mio Agosto: un contenitore di giornate folli nell’attesa di Settembre. E ora che Settembre è quasi arrivato, tutto sommato se mi giro verso il mese che è stato, sono felice di tutto quello che ho avuto, anche se adesso non vedo l’ora di quello che mi aspetta di qui a pochi giorni: il rientro a casa, alla mia vita e alla mia cucina; un piccolo viaggio in compagnia di un’amica speciale, la ripresa del lavoro, la speranza che un’idea e un desiderio si realizzino…

These are crazy days, but they make me shine
[Oasis]

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Quest’estate il nostro orto ci ha regalato la più grande produzione di zucchine che avessimo mai visto… Ne abbiamo mangiate davvero sotto ogni forma: zucchine sottaceto, zucchine trifolate in padella, zucchine fritte, frittata con le zucchine, quiche di zucchine, zucchine ripiene al forno, pasta con sugo di pomodoro e zucchine… Ormai eravamo stremati da una dieta quasi monotematica, e le ricette iniziavano a scarseggiare…
Ma io sono una persona incosciente, con quella punta di follia sufficiente a farmi venire in mente di usare le zucchine per preparare un cake al cioccolato…

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Cake al cioccolato e zucchine
300 g di farina
1 bustina di lievito
80 g di cacao amaro
200 g di burro morbido
400 g di zucchero
300 grammi di zucchine grattuggiate
3 uova
100 g di noci [o nocciole, o noci pecan] tritate
2 gocce di estratto di vaniglia
1 cucchiaino di scorza di arancia grattuggiata
1 cucchiaino di cannella in polvere
1 pizzico di sale
***
In una ciotola si mischia la farina con il cacao, il lievito, il sale e la cannella, poi si lascia riposare. In un’altra ciotola si mischiano il burro e lo zucchero finché non diventano una crema ben amalgamata; poi si aggiungono le uova, la vaniglia, la scorza d’arancia e le zucchine. Una volta mischiati bene questi ingredienti, si aggiunge alla crema il composto di farina e infine le noci. Si mette il composto in uno stampo imburrato e infarinato e si fa cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 3/4 d’ora [va comunque controllata la cottura con uno stecchino]. La torta va fatta raffreddare per almeno un quarto d’ora prima di essere tolta dallo stampo e fatta raffreddare completamente.
***

Credo che ci sia bisogno di una certa dose di incoscienza per affontare tutta una serie di svariate situazioni: come fare una scelta importante, mettersi di buona volontà perché un’idea folle diventi concreta,  credere che un desiderio possa avverarsi, innamorarsi perdutamente di un ragazzo, aspettare di vedere quale sarà il corso degli eventi sperando che la direzione sia quella che si vuole, preparare una torta con le zucchine…

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Amo le cianfrusaglie, gli oggetti che non si usano più, le cose antiche, i pezzetti di vita che ricordano il passato.. Ecco perché non riesco mai a buttare niente di niente, e mi ritrovo ad avere ogni angolo della casa straripante di roba a volte quasi inutilizzabile… Ma è più forte di me, tutto rimane al suo posto: oggetti, vestiti, scatole, giornali, e via dicendo.. Un giorno o l’altro potrebbero venire utili.
Se però mi fermassi solo a questo, non sarei tanto folle quanto invece sono… No, l’ossessione va ben oltre: non solo conservare, ma anche recuperare..

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Ed è quello che è successo proprio l’altro giorno, quando sotto gli occhi increduli di mia madre e tra le risate incessanti di mio fratello ho salvato da distruzione certa un pezzo di storia: un televisore a colori Sony Trinitron KV1310E del 1972, che qualche sciagurato aveva buttato nel bidone della spazzatura, peraltro del tutto noncurante della più elementare pratica di raccolta differenziata, oltre che insensibile al fascino del passato.
Ad una prima occhiata, l’apparecchio era solo un po’ sporco, ma sembrava in buono stato… Così una bella pulita e poi avanti, come un piccolo ingegnere ad esplorare le rotelle e manopole di questo piccolo gioiello.. Ed ero quasi commossa quando, dopo averci maneggiato un po’, ho scoperto che era quasi perfettamente funzionante! Prendeva solo un canale, Rai1, però benissimo, e piena d’orgoglio mi sono messa a guardare il telegiornale del pomeriggio, anche se a dire il vero l’impressione era quella di guardare un’edizione degli anni ottanta [notizie nuove dall'aria retrò]..

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The Lake District

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Tra tutti gli angoli di Inghilterra che ho visitato, il Distretto dei Laghi è di certo il più affascinante e il più magico. Il tempo lì sembra essersi fermato..l’aria profuma di tempi antichi, di tradizioni dimenticate dal resto del mondo; la luce intensa che passa attraverso le nuvole rende i colori vivi e cangianti..

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Ci sono rimasta ahimè solo 3 giorni, che sono passati veloci e intensi, schiacciati dai compiti a volte difficili del mio lavoro… ma di certo il desiderio è quello di tornarci, per più tempo, con più calma.. ed avere così la possibilità di fermarsi ad ogni passo per guardare le cose da angolazioni ogni volta diverse, girarsi mille volte attorno frastornati dalla spettacolare capacità della luce di cambiare direzione e delle cose di cambiare colore, scattare fotografie del tutto a casaccio sapendo che tutte cattureranno qualcosa di nascosto e inaspettato, e poi camminare per ore quasi senza una meta, su e giù dai pendii di quelle vallate solitarie, lasciandosi trasportare da nient’altro che il vento, le nuvole, e il belato di qualche pecora tosata da poco…

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A fortnight’s time

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Neanche me la ricordo più ormai la prima volta che sono stata in Inghilterra… ero poco più che una bimba, e mai avrei immaginato che quella terra sconosciuta e distante mi sarebbe rimasta impressa sulla pelle e nel cuore come un tatuaggio…
Ogni volta è una prima volta: gli occhi e la mente catturano immagini, sensazioni, esperienze nuove che incontrano quelle passate andando sempre più a raffinare la mia idea di Inghilterra…
E ne succedono di cose da ricordare in a fortnight’s time

poppy

elephants

Non è più l’insieme a colpirmi e a restarmi impresso, quello è già indilebile, ma è un dettaglio, un pezzo di cielo dai colori sgargianti, un fiore rosso acceso, una collezione di elefanti di legno, uno spartito aperto su un pianoforte che lascia vagare la fantasia, una piantina col mio nome venduta al farmer’s market una domenica mattina…

fantasie

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E allo stesso modo, non ricordo la scansione delle giornate (si tratta pur sempre di lavoro), ma piccoli momenti, istanti che passano veloci ma che faticheranno a cancellarsi dalla memoria: le ales bevute a pinte al pub insieme a mio fratello, le chips troppo imbevute di aceto, il garlic bread per combattere il presagio della febbre, le lacrime versate quando credevo di non farcela più a combattere, un’ora scarsa di sonno spesa sulle poltroncine del bar di un albergo di lusso, un abbraccio commosso e un arrivederci alla prossima volta…
Tutto questo in a fortnight’s time.

In a fortnight’s time
You will be mine
I’ll bide my time

[Maximo Park]

Marmellate1

Troppo, davvero troppo frenetiche sono state queste ultime settimane…
Al lavoro una scadenza dietro l’altra, con deadlines precisissime che non possono non essere rispettate, intermezzate da interminabili telefonate di clienti in panico pre-partenza, ma anche da amenità e piccole questioni di ordinaria amministrazione, e con  il costante pensiero di sottofondo che tra poco tornerò in Inghilterra.
Per questo e per altri motivi ho scritto poco, perché ho cucinato poco, ho mangiato poco, ho vissuto poco…

Marmellate2

Però un po’ di tempo l’ho trovato per fare qualche barattolo di marmellata, un po’ di ciliege e un po’ di albicocche, e anche un po’ di crema di borlotti di cui sono golosissima.

Ed è stato un vero sollievo passare alcune ore (parecchie per la verità) davanti ai fornelli a mischiare e rimischiare le mie marmellate… è stato bello dedicare a loro un po’ del mio tempo, perché so che quando fra qualche mese metterò in tavola per la colazione uno di questi barattoli sentirò tutto il gusto della frutta dell’estate, e mi torneranno in mente il calore delle giornate di luglio, l’odore intenso degli incensi per scacciare le zanzare, la stanchezza felice per tutti gli impegni tipici del lavoro che faccio, il peso delle preoccupazioni, dei pensieri, dei desideri e delle speranze di questo momento così nuovo e particolare.
E in quel momento forse avrò anche più certezze e avrò forse risposte a domande che ora mi occupano la mente.. ma quel che è certo è che in quel momento le mie marmellate saranno più buone che mai.

What’s my view?
Well how am I supposed to know?
Write a review
Well how objective can I be?

I like to wait to see how things turn out
If you apply some pressure

budinoBianco1

Mi giro, e mi rigiro. Mi giro, e mi rigiro. Una persona normale non dovrebbe smettere di dormire alle 5 del mattino, quando fuori il cielo è ancora buio e il sonno potrebbe durare ancora per un po’…
E invece niente, i pensieri sono troppo confusi e in tutta notte (o almeno in quella parte di notte usata per dormire) non sono riusciti a trovare un ordine… così mi tocca alzarmi,  fare un giro attorno alla stanza, bere un bicchier d’acqua; nella speranza che ad ogni passo la mente si alleggerisca un po’, nell’attesa che l’acqua mi aiuti a digerire le idee che mi stanno un po’ indigeste…
Non credo che questa improvvisa perdita di sonno abbia a che fare con l’età… se inizio a non dormire più adesso sto fresca: vuol dire che ho davanti una vita insonne di lunghe camminate in giro per casa…
Suppongo però che sarebbe tutto più semplice se avessi qualche anno in meno… non che sia vecchia, non sento gli anni che ho, né li vedono gli altri [ancora adesso quando sono in Inghilterra mi chiedono l'id per entrare in un pub, mentre spesso d'estate mi chiedono se ho già finito i compiti delle vacanze...], però essere più giovane mi farebbe comodo, per tutte le ragioni per cui i pensieri si ingarbugliano tra loro e la mente non riesce a darsi un ordine…

budinoBianco2

Per ovviare alla [spero] temporanea perdita di sonno, mi sono ingeniata con tutta una serie di attività che riesco così a risparmiarmi durante la calura giornaliera: vado a correre, metto in ordine la casa, preparo marmellate e altri intrugli, cucino cosine buone da mangiare a colazione, come il mio budino preferito con il cioccolato bianco che mi vizia e mi coccola un po’.

Budino al cioccolato bianco
[x6 stampini]
250 ml di latte
250 ml di panna liquida
2 uova + 2 tuorli
100 g di zucchero
100 g di cioccolato bianco
***Si versano il latte e la panna in una pentola, ci si spezzetta dentro il cioccolato [vale anche per quello nero] e si mette a scaldare su fuoco medio finché la crema è calda [ma non bollente!]. In una ciotola intanto si sbattono le uova+tuorli con lo zucchero, dopodiché si versa lentamente sulla crema di latte caldo mescolando bene. Si imburrano delle piccole pirofiline e ci si versa dentro il composto filtrandolo con un colino; poi le si mette in una teglia in cui si versa acqua bollente che copra per metà le coppette. Si fa cuocere in forno preriscaldato a 150° per una mezzora, finché i budini si sono rassodati.
***
Nell’attesa che il sonno ritorni, cerco di convincermi del fatto che anziché sperare di tornare ad essere giovane e spensierata, sarebbe tutto più semplice se smettessi di far caso ai miei assurdi pensieri, se iniziassi a ragionare e agire razionalmente, se accantonassi le idee sciocche e le false speranze… Solo per ritornare a dormire, e a vivere con serenità.

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Adoro il cheesecake, è in assoluto il dolce che preferisco: se potessi ne mangerei in continuazione, a tonnellate senza mai stancarmene. Mi piace in qualsiasi variante: classico, con le fragole, i frutti di bosco, il limone, con il cioccolato e i biscotti speziati, cotto oppure fatto fresco come una mousse…
E’ il dolce che mi ricorda l’Inghilterra, perché è lì che l’ho assaggiato per la prima volta, dove non passa giorno in cui non ne mangi almeno una fettina..
Lo preparo ogni volta che ho bisogno di schiarirmi le idee, perché conosco la ricetta a memoria, ma anche perché trovo quasi terapeutico schiacciare i biscotti o rendere cremoso il formaggio…
Così l’ho cucinato stamattina, in una di quelle giornate in cui non vorresti avere un cervello pensante, perché ti svegli con i pensieri tutti ingarbugliati e né una lunga passeggiata in bicicletta né la colazione in un bar del centro sono riusciti a schiarirti le idee…

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Cheesecake
[per uno stampo piccolo]
200 g di formaggio fresco tipo Philadelphia
2 cucchiai di panna fresca
60 g di zucchero
1 uovo
100 g di biscotti allo zenzero
40 g di burro
1 cucchiaino di sciroppo d’acero
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
1 pizzico di cannella
sale
***
Si schiacciano i biscotti e si mischiano con il burro un po’ morbido; si mette il composto nello stampo e si schiaccia bene. Si sbatte il formaggio con la panna, poi si aggiungono lo zucchero, il sale, l’uovo, lo sciroppo d’acero, la vaniglia e la cannella. Si versa la crema sopra i biscotti. Si mette in forno preriscaldato a 150° per circa una mezzora, poi una volta tolto dal forno, si passa la lama di un coltello tra la torta e lo stampo per far sì che si stacchi mentre raffredda.
**
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Pessima idea preparare il cheesecake stamattina: i miei pensieri erano tutti rivolti verso l’Inghilterra, e cucinarlo non mi ha aiutato a distrarmi.. Schiacciavo i biscotti sul fondo della padella con tutte le mie forze, come a voler schiacciare i ricordi, il senso di nostalgia e la voglia di partire, il senso di inquietudine e inadeguatezza legati all’attesa… ma anche così tutti schiacciati, i pensieri e le sensazioni si ingrandivano e formavano un’unica grande idea: ciò che voglio è là, ma l’Inghilterra per me dovrà ancora aspettare..

“Tu ce l’hai un cervello?” si informò lo Spaventapasseri.
“No, la mia testa è vuota” rispose il Boscaiolo di Latta. “Ma una volta avevo un cervello, e anche un cuore; così, avendoli provati entrambi, ritengo che sia meglio avere un cuore”.
[Il Mago di Oz]

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Mercoledì sera sono stata con mio fratello al concerto dei Maximo Park @ Magazzini Generali Milano.
Un concerto intimo, per i pochi fortunati che conoscono questa band dai suoni forti e dalle parole profonde.

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Ho conosciuto i Maximo Park in una limpida serata inglese di qualche anno fa, sentendo alla radio una canzone che ho semplicemente adorato fin dal primo momento. Da subito è scattato in me il desiderio di riascoltare quella canzone così bella, di sentire di più di quella voce così potente e di quei suoni quasi scanzonati e irriverenti…
Un album, e poi un altro, e un altro ancora. E io non aspettavo altro che vederli esibirsi dal vivo, del tutto convinta che la loro esibizione sarebbe stata sublime, di un livello altissimo… E così è stato, non c’è stato durante il concerto un solo attimo in cui la loro bravura è venuta meno. In una parola: perfetti.

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Ero lì proprio sotto il palco, appoggiata alla transenna, mentre Paul Smith con la sua immancabile camicia bianca e il cappello nero calato in testa cantava “Apply Some Pressure” con quella sua voce così particolare  e si dondolava con quei suoi movimenti fluidi e scattanti, e tra una canzone e l’altra chiacchierava e scherzava con noi pochi amanti della loro musica, e intanto gli altri componenti del gruppo lo seguivano suonando con quella bravura che solo chi suona per diletto può avere…

Pensavo a quanto sia triste e ingiusto che gruppi così bravi passino quasi inosservati, mentre la radio ci riempie le orecchie di robaccia tutta uguale…
Però allo stesso tempo ero contenta, perché io ero lì, e li conoscevo e li apprezzavo ed ero grata di ciò che mi stavano dando con la loro musica..

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Tornando a casa con mio fratello alla fine del concerto, pensavo anche che provo emozioni troppo forti; che non ho vie di mezzo, e mi lascio trasportare dal fiume in piena delle mie sensazioni e di ciò che provo.
Questo perché ero lì che guidavo la mia macchinina verso casa e quasi non capivo dove andare tanto ero scombussolata e positivamente sconvolta dalla serata.. Proprio come avevo immaginato e sperato, i MP erano riusciti a regalarmi una gioia immensa, una soddisfazione completa.

Smaltita l’euforia, di questo concerto mi restano comunque molte cose: le mie fotografie, una maglietta verde smeraldo, la loro musica. E un ricordo indelebile nella mia mente.

You know that I would love to see you next year
I hope that I am still alive next year
You magnify the way I think about myself
Before you came I rarely thought about myself

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L’altro giorno il mio spirito spavaldo e sconsiderato mi ha fatto fare una mezza pazzia: sotto un sole cocente e con un afa monsonica ho inforcato la mia piccola bici tutta sgangherata e e sono andata (di nuovo) fino alla Certosa, questo posto assolutamente magico a 5 kilometri da dove abito.
Lo scopo era principalmente uno: riuscire ad acquistare un prezioso liquore digestivo dalle eccezionali proprietà, preparato con un ricetta a base di una strana miscela di erbe officinali  che solo i monaci conoscono.

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Sarà stata la lunga pedalata, sarà stato il sole torrido, sarà stata la quiete ascetica del luogo, saranno state la calma e la solitudine dopo giorni e giorni di pura frenesia… Non lo so, ma ero lì distesa sull’erba e mi sono ritrovata a pensare  a tutto quello che per settimane avevo ignorato, tutti i problemi che non avevo affrontato, tutte le riflessioni che avevo lasciato a metà, tutti i sentimenti e le emozioni che avevo ricacciato dentro.. Tutto perché volevo dare il massimo di me stessa, quando invece so che mi è così facile lasciare che gli eventi mi travolgano e mi allontanino dal senso reale…
Ora invece il vaso di Pandora era stato aperto, e tutto ciò che ne era uscito era lì davanti ai miei occhi a  reclamare il giusto spazio, ma paradossalmente a me è sembrato tutto così chiaro e semplice: ogni cosa aveva un posto, ogni problema una soluzione, ogni emozione una causa e un effetto…

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Non so come si metteranno le cose per me, perché non è in mio potere manovrare gli eventi, ma ora ho la consapevolezza delle mie azioni, dei miei pensieri e delle mie emozioni, e questo mi rende incredibilmente serena, perché comunque vadano le cose non sbaglierò.
Almeno stavolta.
Almeno credo…

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Ci sono poche cose che mi rendono davvero davvero felice, e sono tutte cose semplici, quelle cose che vengono da sé e non hanno bisogno di fronzoli, come lo sono i sabato pomeriggio passati con mio fratello a ridere come bambini.. Talvolta improvvisiamo scenette che fanno il verso agli spezzoni più divertenti dei nostri film preferiti, così per un momento io sono Alice e lui è lo Stregatto, poi siamo il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile, il momento dopo ancora siamo Robin Hood e Little John…
Altre volte bisticciamo allegramente quando lui mi sottopone banalissimi indovinelli tratti da un vecchio libro per ragazzi, e io puntualmente trovo il modo di contestarli oppure do risposte a caso (e il più delle volte è perché quegli indovinelli non li capisco per davvero..).
Qualche volta ancora ci imbamboliamo davanti alla tv per ore guardando quello che capita, finché arriva l’ora della merenda e facciamo a gara per chi mangia più focaccine…

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Pensavo proprio a lui mentre preparavo il risolatte, che è la cosa più semplice del mondo, e mi sono resa conto di quanto mi pesi la sua assenza nella mia vita di tutti i giorni… Quando sono con mio fratello, tutto è leggero, semplice e senza ostacoli; vicino a lui, rugbista nel fisico e nell’animo, mi sento protetta ed è come se tutto diventasse facile.. un gioco da bambini.
Quando non sono con lui, mi resta sempre la mia piccola cucina.. e la semplicità del risolatte..

Risolatte
[x 6-7 ciotoline]
125 g di riso
1 lt di latte
40 g di zucchero (in polvere)
1 stecca di vaniglia
***
Si versa il latte in una pentola col fondo spesso e si aggiunge la stecca di vaniglia aperta per il lungo, e si porta ad ebollizione. Nel frattempo bisogna lavare il riso con acqua fresca, poi versarlo nel latte. Si lascia cuocere a fuoco molto dolce con il coperchio per circa 3/4 d’ora, meglio senza mai mescolare. Cinque minuti prima della fine della cottura si aggiunge lo zucchero e si mischia bene. Una volta finita la cottura, si toglie la stecca di vaniglia e si versa il riso in una ciotola capiente/tanti piccoli ciotolini e si lascia raffreddare a temperatura ambiente. Il risolatte a me piace mangiarlo ancora un po’ tiepido, ma è buonissimo anche freddo e si conserva bene in frigo (coperto con della carta trasparente però, altrimenti si secca).
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In questi ultimi giorni ho avuto la prova certa e inconfutabile di una convinzione che avevo già da qualche tempo: il rabarbaro può diventare fonte di inaspettata felicità.
Finora mi ha sempre reso contenta la folle idea di portarlo a casa dai miei continui viaggi in Inghilterra, tra lo stupore e l’ilarità generale di compagni di viaggio e personale di volo; ma purtroppo le mie esperienze con il rabarbaro si fermavano qui… Mai avrei pensato che in un anonimo weekend di metà Aprile questo misterioso frutto tanto amato sarebbe stato protagonista di 2 eventi completamente estranei e indipendenti l’uno dall’altro, portando una gioia infinita in queste giornate uggiose..

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La serie di fortunati eventi è iniziata venerdì pomeriggio, quando sono arrivata a casa dei miei per passare il weekend.. Mia mamma mi comunica con un ghigno più che soddisfatto che ce l’ha fatta, che dopo numerose ricerche l’ha trovato, e mi presenta 2 piccoli vasetti con dentro altrettante piantine di rabarbaro: 2 piccole piantine con le gambette rosse rosse e delle foglie un po’ sproporzionate rispetto ai gambi che le devono sostenere…
“Le piantiamo nell’orto della casa della bisnonna appena smette di piovere” mi dice mia mamma, mentre io trattengo a stento una lacrimuccia per la felicità, non solo di poter finalmente avere del rabarbaro direttamente coltivato, ma anche perché mia mamma ha sposato con me questa nobile causa.

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Dopo poco ecco che accade un’altra cosa del tutto inaspettata: una ragazza del paese della mia cara nonna aveva letto su questo stesso blog della mia passione per il rabarbaro e della conseguente disperazione per la difficoltà nel trovarlo.. Questa dolcissima ragazza, che io conoscevo solo per aver frequentato la sua stessa scuola, ma con la quale non avevo mai avuto nessun contatto o legame, beh questa ragazza si è presentata alla mia porta con un sacchettino di carta pieno di piccole piantine di rabarbaro, in tutto simili a quelle che poche ore prima avevo visto nei vasetti di mia mamma…
Ero felicissima, e per di più quel gesto mi aveva completamente spiazzato..non ero preparata, non ero più abituata a ricevere un gesto così grande di generosità gratuita…

Di questi tempi, la generosità e l’altruismo sono rari e preziosi quasi quanto una piantina di rabarbaro.. Per questo, cara Diana, non posso che dirti grazie!

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