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Era ormai da un bel po’ che non mi veniva in mente di cucinare una torta salata. Ricordo benissimo però l’ultima volta che ne ho fatta una: era una tiepida domenica autunnale, l’ultima in effetti prima di una serie interminabile di giornate traballanti tra il freddo e il gelido.. Il cielo era di un azzurro intenso e uniforme, il sole baciava con i suoi raggi i colori dell’autunno, mentre con due delle persone a cui tengo di più al mondo mi preparavo a passare una delle giornate più belle che la storia ricordi: su e giù per le colline per fotografare angoli nascosti e inaspettati, attraversando magioni e vigneti, due “tiri” di boomerang giocando agli australiani e ridendo a crepapelle per la mia goffaggine, un piccolo pic-nic stesi su una coperta a quadretti proprio sulla punta di una collina mangiando una torta salata intera e un pezzetto di torta ai mars, mentre più in basso i motociclisti ci facevano ciao.
Era una giornata che, imbastita su due piedi e partita un po’ in sordina, si era trasformata in un’occasione speciale; uno di quei giorni da tenere lì per ricordarsene di tanto in tanto con un accenno di sorriso ebete stampato in faccia.

Torta salata con farro e zucca
500 g di zucca a cubetti
100 g di farro
1 rotolo di pasta brisée
2 uova
1 confezione di formaggio tipo Philadelphia
100 g di Grana grattuggiato
1 cucchiaio abbondante di maggiorana
olio d’oliva
sale
***Innanzitutto si mette a cuocere il farro in acqua salata per una mezzora, e si fa cuocere la zucca in una padella con un po’ d’olio, sale e maggiorana. Una volta cotto e scolato il farro, lo si passa sotto l’acqua fredda e lo si mischia con le uova sbattute, il formaggio grattuggiato, il philadelphia e alla fine la zucca lasciata un po’ raffreddare. Si stende la pasta e la si mette in una teglia coperta di carta da forno; la si riempie con il composto di farro e zucca e si mette a cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa una quarantina di minuti.
***

La torta salata che ho fatto oggi invece non è legata a nessuna particolare occasione, anzi può darsi pure che proprio per questo si trovi a dover soffrire un pochino chiusa in frigorifero per qualche giorno, perché è un po’ difficile finire in un sol colpo una torta salata quando si abita da soli e non si aspetta gente a pranzo… E’ stato però molto bello ricordarmi di quella giornata d’autunno in cui mi son sentita davvero felice. D’altronde un po’ di amarcord non fa mai male..

I wrote my feelings down in a rush,
I didn’t even check the spelling,
And closed the postcard of a painting.
[Maximo Park]

Ho una vera e propria adorazione per  i vecchi film in bianco e nero:  gli attori scandiscono lentamente ogni parola e si muovono con gesti e modi mai sfrontati, ma raccontano di grandi sentimenti e di ardenti passioni vissute con discrezione. Adoro le atmosfere eleganti di grandi saloni, di ricchi decori, di stanze nascoste. Mi perdo sognando ad occhi aperti di epoche lontane in cui si dava importanza alla ritualità delle cose. Mi piace giocare ad indovinare i colori sotto il discreto velo della scala di grigi.

Amo rannicchiarmi sul mio piccolo divano avvolta nello scialle di mia nonna a guardare e riguardare i miei dvd preferiti immaginando le vecchie pellicole del cinematografo, mentre sgranocchio piccoli biscotti al cioccolato, o un pezzetto di croccante, o perché no soffici panini con pezzetti di oliva…

Piccoli panini alle olive
125 g di farina
125 g di burro
1 uovo
1 cucchiaio di formaggio grattuggiato
1 pizzico di sale
olive verdi senza nocciolo [quantità a piacere]
*** Si impastano con le mani tutti gli ingredienti [iniziando con farina e burro per amalgamarli] in modo da ottenere un composto da stendere poi con il matterello. Una volta stesa la pasta dello spessore più o meno di mezzo centimetro, si tagliano i panini con un bicchiere e si mettono su una teglia coperta di carta da forno. Si mettono a cuocere in forno già ben caldo per circa una decina di minuti. ***

Ventisette

[Informazioni tratte da Wikipedia]

27 è il numero naturale dopo il 26 e prima del 28.
In ambito matematico, 27 è un numero composto dai seguenti fattori: 1, 3 e 9. Poiché la somma dei relativi fattori è 13 (e dunque <27) è un numero difettivo; inoltre è divisibile per la somma delle sue cifre (numero di Harshad). E’ la somma delle cifre del suo cubo [27 {al cubo}= 19683; 1 + 9 + 6 + 8 + 3 = 27], pur non essendo la somma di due numeri primi.
In Chimica 27 è il numero atomico del cobalto (Co).
In Astronomia 27 Euterpe è il nome di un asteroide battezzato così in onore della musa Euterpe.
27 nazioni sono membri dell’Unione Europea.
27 è il numero di punti di tutte le palline nel biliardo all’americana.
L’alfabeto spagnolo e l’alfabeto ebraico hanno 27 lettere.

27 sono gli anni in cui questa piccola figura, esile e incombrante al tempo stesso, ha combinato guai e portato follia e scompiglio tra chi l’ha conosciuta, e nonostante questo magari ancora riesce a sopportarla.

So this is the last day of the year.
Another complete year gone by and what have I accomplished this year that I haven’t accomplished every other year?
Nothing!
…how consistent can you get!
[Snoopy]

Cosa vuol dire voler bene

Oggi ho visto succedere una cosa che mi ha fatto pensare a quello che comporta il voler bene…
Avete presente la formula che usano gli sposi durante la promessa di matrimonio?! Recita più o meno così: “in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte”.. Ebbene, sono sempre più convinta di una cosa: queste parole non dovrebbero essere privilegio esclusivo di due persone che stanno per sposarsi, ma dovrebbero costituire il fondamento di ogni relazione..è una promessa che dovrebbere essere base scontata del rapporto tra un genitore e un figlio, tra un uomo e una donna, tra due persone che si dichiarano amiche.
Trovo infatti che spesso le relazioni [di qualsiasi tipo possano essere] siano molto superficiali e costruite su un’illusione di ottimismo, ma nella realtà presto o tardi le persone si trovano ad affrontare problemi più o meno grandi, ed è in questi momenti che ci si rende conto della solidità dei rapporti con chi ci sta attorno [aggiungerei purtroppo, o per fortuna]. Perché è molto facile affermare di voler bene ad una persona quando tutto va per il verso giusto, tutti ne sono perfettamente in grado; ma pochissimi sono capaci di conservare una posizione ben salda all’interno del cerchio di un rapporto quando l’altra persona barcolla, perde l’equilibrio rischiando di cadere, magari al di fuori di quella linea circolare…
Ecco perché credo che persino l’amicizia tra due persone dovrebbe basarsi sulla promessa di starsi vicino e continuare sempre a volersi bene, non solo in ricchezza, in salute, e nella buona sorte, ma anche in tutti i loro più tragici opposti.

paindepice1

Non so perché, ma in qualche modo il profumo del pain d’épice mi ricorda i mesi passati a Berlino ormai tanti anni fa.. forse perché la mia amica Vicky ne andava matta, e anche se era tirchia peggio degli scozzesi non se lo faceva mancare mai e tutte le mattine a colazione se ne mangiava una fettina spalmata di miele. E da allora anch’io lo adoro, per tanti motivi: perché mi piace sentire sulla lingua quel leggero pizzicorio delle spezie, perché è perfetto per la colazione di queste gelide mattine d’inverno e ho quasi l’impressione che mi dia giusto un poco di energia in più per affrontare i problemi della giornata, perché se chiudo gli occhi mi sembra ancora di sentire Vicky seduta accanto a me che mi parla in tedesco anche se al mattino presto il mio cervello non è ancora connesso, perché mi ricorda un posto che amo e che per un po’ è stato casa…

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Pain d’épice
300 g di miele di castagno
250 g di farina integrale
50 g di mandorle in polvere
10 cl di latte
1 uovo
1 bustina di lievito
40 g di scorza d’arancia candita a pezzetti
1 cucchiaio di spezie in polvere per pain d’épice [1 miscuglio di cannella, chiodi di garofano, zenzero, anice in polvere]
***
Si fa scaldare lentamente il latte con il miele, togliendo dal fuoco appena inizia a bollire. A parte si mescola la farina con il lievito, poi si aggiungono le mandorle in polvere, le spezie e la scorza d’arancia. Quando è tutto ben mischiato si crea una cavità al centro dell’impasto e ci si versa dentro il latte e miele senza mai smettere di mischiare; alla fine si aggiunge l’uovo. Si versa l’impasto in uno stampo imburrato e si inforna a 170° per circa 50 minuti.***

White Chocolate Snowmen, originally uploaded by betulì.

Sfortunatamente, qualche giorno fa il mio pc ha irrimediabilmente smesso di funzionare… Così, senza i miei usuali strumenti di lavoro e con risorse informatiche decisamente arretrate, arrivo in ritardo a scrivere questo post di Natale.
E’ stato per me un periodo difficile, ve ne sarete accorti, ho scritto pochissimo, perché ho vissuto pochissimo, persa nel buio di brutti pensieri. Dicono “aiutati che il ciel t’aiuta”, che altro non è se non un modo educato per dire “arrangiati”; ho però la speranza che le feste mi aiutino a ritrovare un po’ della serenità perduta, a non prendermela se le cose non vanno sempre come vorrei, ad accettare che le cose succedono anche quando le si vorrebbe diverse e che il mondo va avanti anche se non si è d’accordo.
E auguro a voi di essere felici dalla punta dei capelli fin dentro il midollo, di essere sfacciatamente fortunati, di essere amati incondizionatamente. E, ovviamente, spero che passiate queste feste allegramente sgranocchiando dolcetti allo zenzero e pezzetti di cioccolato, meglio ancora se a forma di piccoli pupazzi di neve.

Christmas is forever, not for just one day,
for loving, sharing, giving, are not to put away
like bells and lights and tinsel, in some box upon a shelf.
The good you do for others is good you do yourself.
[Let everyday be Christmas]

Non vi è mai capitato di voler a tutti i costi fare qualcosa controcorrente, qualcosa per la quale vi siete sentiti non solo isolati rispetto alla massa, ma addirittura un po’ scherniti per questa vostra scelta diversa?
Non dico che a me capiti ogni giorno, ma è successo spesso di sentirmi diversa dagli altri per le mie scelte e i miei gusti…ma non posso farne a meno: odio fare una scelta solo perché è quella più facile e più comune.. mi piace invece seguire il mio istinto, la mia testa e le mie idee. E non sopporto che gli altri si prendano la libertà di commentare ironicamente i miei passi solitari e controcorrente…

Tenevo davvero moltissimo ad andare al corcerto degli Editors, per vari motivi: innanzitutto sono tra i gruppi che preferisco in assoluto, con quelle loro melodie che ricordano mescolati tra loro i Joy Division, i Depeche Mode e i Cure, con certi suoni graffianti che si intrecciano perfettamente a musiche dolci e ad una voce profonda che ti entra fin sotto la pelle… ma poi volevo dimostrare [a me stessa e agli altri] che spesso le scelte che si scostano da quelle degli altri sono le migliori, perché sono interamente nostre [e non c'è quindi bisogno di prendersi gioco di chi vuole ragionare con la propria testa!] Così imperterriti e incuranti di un tempo atmosferico non proprio clemente con mio fratello ci siamo avventurati nel traffico milanese per passare una serata memorabile, proprio lì sotto il palco, appoggiati alle transenne, pronti a farci travolgere dalle emozioni che questa band ci avrebbe regalato…

NOTA: [piccola precisazione acida] ci sono stati momenti durante il concerto in cui mi sono venute le lacrime agli occhi e mi sono dovuta sforzare per non piangere… Nella maggior parte dei casi, le lacrime erano dovute alla fortissima commozione portata dall’attacco di una canzone, o da un ritornello cantato a squarciagola, o dalla voce di Tom Smith che potente mi entrava in testa e mi faceva venire la pelle d’oca….
Ma c’è stato un episodio che quasi mi ha fatto piangere di rabbia: sono stata “pregata” da un membro della security di non fare fotografie, perché avevo “una macchina fotografica professionale”… In quel momento la mia ingenuità è stata totalmente calpestata, ero del tutto incredula e non riuscivo a spiegarmi perché una persona non potesse per suo sfizio fare fotografie con una fotocamera per la quale ha sudato più delle 7 solite camicie…e mio fratello, più giovane ma più sgamato di me, mi ha fatto notare la fila di fotografi e pseudo-tali proprio sotto il palco con i loro bei pass a fotografare con immensi e costosissimi obiettivi… Tornati a casa, loro probabilmente hanno venduto i loro scatti senza cuore e senza sentimento, e del concerto non ricordano nulla perché per loro non aveva alcuna importanza, mentre io mi aggrappo ai video di mio fratello e ai pochi scatti che son riuscita a rubare per mantenere più vivo che mai il ricordo di un concerto memorabile…

Knights of Cydonia

Sabato 21 Novembre @ Futurshow Station di Bologna: tappa del Resistance Tour dei Muse. Io ero lì, con alcuni amici e mio fratello immancabile compagno di questi momenti, lì a dividere con me la passione tutta rock per una musica “difficile” dai suoni graffianti, dalle melodie distorte e da voci maschili profonde e intime.

Ad essere sincera, devo fare un mea culpa ammettendo che prima del concerto non ero del tutto impaziente ed entusiasta come avrei invece dovuto essere… non riuscivo ad essere completamente elettrizzata per vari motivi che come al solito disturbano la mia testolina [circostanze avverse legate all'evento, una settimana di mezza malattia e deperimento fisico, l'attesa di un evento a cui tengo molto che avrà luogo a dicembre...]
Poi però la scarsa emozione dell’attesa è stata totalmente rimpiazzata alle prime note di Uprising…

E’ stato un concerto incredibile, che mi ha fatto sentire elettrica dalla testa ai piedi… I Muse suonavo alla perfezione pezzi vecchi e nuovi, ed ognuno risvegliava in me un ricordo, o una sensazione, o un’idea dimenticata.. Mi sono setita scossa e ispirata dal loro talento e dalla loro energia, così travolgente eppure così timida…
Le loro canzoni parlano di emozioni incontrollabili e fortissime portate all’estremo, ma anche di libertà, di un futuro diverso, di un mondo migliore… la chiave siamo noi, le nostre azioni, le nostre decisioni, i nostri sentimenti…Love is our resistance.

You electrify my life
Let’s conspire to re-ignite
All the souls that would die just to feel alive
[Starlight]

Dopo anni e anni passati a fare avanti e indietro per l’Inghilterra, ancora ci sono angoli che io non conosco… York, ad esempio, era una cittadina di cui avevo sentito parlare mille volte, soprattutto a causa del mio lavoro, ma dove non ero mai stata se non grazie alla mia immaginazione…

Poi lo scorso weekend le nostre impareggiabili datrici di lavoro hanno regalato a me e alla mia collega Alis la prima “gita aziendale” proprio in questa cittadina, e ho capito che l’immaginazione non sempre è sufficiente a farsi un’idea precisa e completa della bellezza delle cose…

Perché York è davvero una città meravigliosa, dove si respira un’aria magica e un po’ spettrale, e ogni viuzza e ogni angolo nascondono sempre un dettaglio inatteso: un piccolo negozietto di bottoni, uno scorcio sul Minster, l’alone misterioso di un fantasma, una fortezza diroccata, una tea room dall’aria retrò, un giocoliere che assomiglia al cappellaio matto…

E poi a York l’aria profuma di cioccolato, e così basta una zaffata di gianduia portata dal vento per ritrovarsi a fantasticare di una fabbrica di cioccolato con laboratori segreti e tanti piccoli Oompa-Loompa che preparano deliziosi dolci per Willy Wonka…

Buongiorno Stelle del Cielo! La Terra, Vi Saluta!
[Willy Wonka]

Focaccia ai crauti e mele

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In questi giorni è quasi d’obbligo pensare alle persone a cui si vuole bene, anche se non ci sono più vicine.. E io ogni anno penso a mia nonna, che è stata una delle persone più importanti della mia vita e continua ad essere la mia luce e la mia fonte di saggezza. Lei aveva tutta la pazienza di questo mondo, e anche qualcosina in più, e mi parlava con ferma dolcezza per convincermi quando tutti gli altri desistevo anche solo dal provarci… Così per anni, lei è stata l’unica persona a riuscire a entrare nella mia testa e a scalfire pian piano gli spigoli più brutti e negativi di quel mio carattere testardo e intrattabile… Per anni, lei è stata l’unica a riuscire con i più svariati stratagemmi a farmi mangiare quando mi impuntavo dicendo che “quella roba lì, no, non l’avrei buttata giù neanche con la forza”…

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Oggi ho cucinato una focaccia che avevo imparato a fare in Germania,  e l’ho fatto pensando proprio a mia nonna, che da ragazza ha lavorato per anni nella Svizzera Tedesca, e da lì ha riportato con sé strani modi di dire [ricordo ad esempio che per un tempo lunghissimo tutti in famiglia usavamo " strunfose" per dire la calza-maglia...] ma anche sapori e ricette inusuali per la cucina di casa sua: i rösti di patate, la crostata alle prugne che lei chiamava vaje e nessuno ha mai saputo dirmi cosa volesse dire, i crauti che per lei indicavano qualsiasi tipo di cavolo cucinato in qualsiasi modo….

Focaccia ai crauti e mele
1 rotolo di pasta per focaccia
1 ciotola di crauti
1 mela preferibilmente rossa
1 confezione di formaggio fresco
***
Innanzitutto si preparano i crauti della verza bianca in una padella con un filo d’olio e facendola poi cuocere lentamente con 2-3 cucchiai di aceto. Quando, una volta raggiunta una consistenza morbida, i crauti saranno pronti e un po’ raffreddati, si può passare a preparare la focaccia: si stende la pasta su una teglia ben oleata e ci si spalma sopra il formaggio fresco, poi la si cosparge di crauti e per finire ci si mette sopra la mela tagliata a rondelle. Si fa cuocere la focaccia a 180° per una mezzoretta.***

Can you read my mind?

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Non ci si può mai fidare dei sentimenti: il più delle volte prendono e vanno per conto loro senza neanche avvertirti, senza nemmeno darti ad intendere che piega abbiano intenzione di prendere… Questo è più o meno quello che mi sta succedendo: testa e cuore stanno andando per i cavoli loro, tra l’altro in direzioni decisamente divergenti, con me in mezzo a fare da inutile paletto divisorio nell’infinita lotta tra ragione e sentimento…

Mi è capitata una cosa strana dopo l’ultima volta che ho scritto… Non avevo mai parlato con nessuno di quello che mi passava per la mente, tranne a mio fratello ovviamente [con lui non c'è storia visto che sa vedere dentro di me come nell'interno di un calzino rivoltato] …Il fatto è che mi prodigo nell’ascoltare i problemi degli altri e nel dispensare consigli a chi ne ha bisogno, ma quando si tratta di me non riesco a chiedere lo stesso trattamento… Quando c’è una nube che offusca i miei pensieri, quello che faccio è chiudermi a riccio attorno alla nube nell’attesa che torni il bel tempo sopra di me, o ancor peggio che qualche veggente mi legga la mente e mi aiuti a trovare le risposte per risolvere i miei quesiti esistenziali…

Così non sono sicura di credere e pensare tutto quello che ho scritto l’ultima volta, ma avevo bisogno di farlo, per riuscire magari a trovare tra le righe la chiave per leggere dentro me stessa…

Oh well I don’t mind, if you don’t mind
‘Cause I don’t shine if you don’t shine
Before you go, can you read my mind?

MarmellataUva2

Ormai è ufficialmente arrivato il freddo [quello vero mannaggia!] e ho pensato che mentre ero lì a metter via i sandaletti e i vestitini leggeri, forse era il caso di fare un po’ d’ordine anche sui pensieri che mi hanno accompagnato nei mesi caldi… Quella appena trascorsa è stata un’estate surreale, una vacanza per l’anima scandita da continui spostamenti e continui cambi di prospettive, ma con in mente pochi chiodi fissi ben piantati fin nel profondo della mia piccola [e vuota] scatola cranica…
Durante tutti questi caldi mesi sono stata innamorata di un ragazzo magnifico, una di quelle persone che sanno riflettere attorno a sé la loro bellezza e riescono a tirar fuori dagli altri quanto hanno di positivo. In tutti questi mesi ho testardamente taciuto, perché per tutta una serie di svariate ragioni so di non meritare questo ragazzo con gli occhi di un bambino e un sorriso pieno di gioia… Eppure ho vissuto di speranza, e di illusione: dopo aver cercato invano di non ascoltare i miei sentimenti, fin dall’inizio ho fatto di tutto per essere razionale e non costrurmi castelli in aria che si sarebbero poi trasformati in gabbie per i miei pensieri….e invece il mio inconscio, che è ancora quello di una stupida adolescente, ha pian piano creato sogni impossibili di felicità, lui era [geograficamente] lontano da me e io potevo come una sciocchina fantasticare di momenti passati insieme e di un amore che finalmente mi avrebbe completata…

MarmellataUva1

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Penso di aver già detto numerosissime altre volte quanto per me sia terapeutico preparare marmellate: passare ore interminabili davanti ai fornelli compiendo gesti lenti e tutti uguali mi apre la mente, e i pensieri trovano di solito le loro motivazioni, le loro cause e le loro conseguenze…
Questa volta ho deciso di provare a preparare un marmellata con l’uva che si usa per fare il vino, come quella che mio papà ha raccolto in vendemmia su colline lontane…
***
Per fare la marmellata d’uva, ho “sgranato” gli acini in una pentola e li ho fatti cuocere a fuoco medio per circa 3/4 d’ora, mettendoci a inizio cottura meno di mezzo bicchiere d’acqua giusto per non farli attaccare. Li ho passati al passaverdura per eliminare i semi e la buccia più dura; ho aggiunto 400 g di zucchero per 1 kilo di passata e ci ho messo 3-4 mele tagliate a pezzettini per far sì che la marmellata venisse un po’ più densa. Ho fatto cuocere la marmellata per un’altra mezz’ora abbondante mischiando di tanto in tanto, poi l’ho passata nuovamente al passaverdura [detesto il cambio di consistenza!] e l’ho infine messa in tanti piccoli vasetti che adesso riposano al buio ben chiusi e capovolti [sterilizzazione 1.0...]***

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Con un po’ di marmellata ci ho già farcito una tortina fatta con la farina integrale che mi son mangiata per colazione, per cercare con un po’ di dolcezza di togliermi quella faccia imbronciata di chi è contrariato con sé stesso per la sua stupidità…

Torta di farina integrale
200 g di farina integrale
100 g di farina bianca
300 g di burro
300 g di zucchero [150 semolato + 150 di canna]
6 uova
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
1 barattolo di marmellata
***
In una ciotola si lavora il burro con i 2 tipi di zucchero, poi si aggiungono i tuorli, la vaniglia, le farine, il lievito e un pizzico di sale. A parte si montano gli albumi a neve ben ferma e poi si incorporano delicatamente al resto del composto. Si versa in uno stampo imburrato e infarinato e si inforna a 180° per circa 45  minuti. Una volta tolta dal forno, la torta deve raffreddare prima di essere tagliata a metà e farcita con la marmellata.***

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Ora che l’estate è davvero finita, io sono definitivamente rientrata da quella che è stata una vacanza dell’anima e la realtà mi ha travolto come un trattore: continuo a non meritare quel ragazzo, la nostra giovane amicizia non può andare da nessuna parte, e anzi io non ho nessun diritto di pretendere un bel niente.

Poi però mentre preparavo la mia marmellata di uva ho capito una cosa: più importante di ogni capriccio post-adolescenziale, è la possibilità di passare del tempo con lui, per poter ridere dei suoi modi goffi e scaldarmi del calore della sua allegria contagiosa… D’altronde, solo perché l’estate finisce non è che il sole smette di sorgere e tramontare, e scaldare tutti i piccoli sassolini che riposano in riva al fiume..

Now that she’s back from that soul vacation
Tracing her way through the constellation,
She checks out mozart while she does tae-bo
Reminds me that there’s time to grow
[Train - Drops of Jupiter]

Brownies alle pere

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Il weekend appena trascorso è stato uno dei più belli degli ultimi tempi… Il mio adorato fratello è stato da me per un paio di giorni, e insieme ci siamo divertiti come dei matti, pur nella semplicità delle abitudini che scandiscono le nostre giornate insieme: un aperitivo, un film, una birra, un po’ di rock’n'roll, un pic nic in collina, battute sceme che ci fanno ridere a crepapelle, una torta al cioccolato…

Brownies alle pere
200 g di cioccolato fondente
120 g di burro salato morbido
100 g di farina
160 g di zucchero
3 uova
5-6 pere
100 di nocciole
***
Innanzitutto si sbucciano le pere, si tagliano in quarti e ci si spruzza sopra un po’ di succo di limone per non farle annerire. Si spezzetta il cioccolato in un pentolino e si fa sciogliere a bagnomaria. Nel frattempo si mischia il burro con lo zucchero, e quando la crema è ben liscia si aggiungono le uova una alla volta senza mai smettere di mescolare, poi si aggiungono la farina, il cioccolato fuso, le nocciole tritate molto grossolanamente e un pizzico di sale. Si mette il composto in uno stampo imburrato e infarinato, poi ci si fanno “affondare” i quarti di pera. Si fa cuocere in forno preriscaldato a 150° per una mezzora circa.***

Queijadas de Sintra

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Sintra, tra i luoghi visitati durante il viaggio in Portogallo, è forse la cittadina che meno è riuscita a lasciare un segno forte nei miei ricordi… Non che non sia un posto strano e particolarissimo, con tutte quelle ville e palazzi che sembrano usciti da un libro di fiabe… Si tratta però di un paese che attrae moltissimi turisti [portoghesi e non], perdendo quindi talvolta quell’atmosfera di autenticità che si può trovare invece altrove  in giro per il Portogallo…
Preferenze a parte, rimane comunque un luogo con un fascino tutto particolare, fatto di venditori di caldarroste, di vicoletti che sbucano su angoli inaspettati, di simboli massonici sparsi qua e là sulle pareti delle case, di dolcetti tipici al gusto di cannella. Tra questi ultimi, io e Marianna siamo state colpite dalle Queijadas de Sintra, piccole tartellette con un morbido ripieno di formaggio e cannella.. La Routard, preziosissima ed affidabilissima compagna del nostro viaggio, dava indicazioni molto precise su dove acquistare le vere queijadas per non incorrere in “copie” più o meno riuscite [la guida metteva addirittura in guardia da fantomatiche copie in cui "pare che nemmeno le uova siano autentiche..."]. Uno dei locali “certificati” per la vendita di questi dolcetti è la Piriquita, un grazioso baretto in stile retrò dove entrando si prende il numero, si attende pazientemente il proprio turno e infine si possono acquistare piccole confezioni di queijadas avvolte in una carta bianca con scritte azzurre, prese direttamente da uno scaffale su cui sono ordinatamente in attesa, un pacchettino sopra l’altro, di essere portate via.
Quei piccoli dolcetti speziati erano davvero deliziosi, e io non potevo certo non provare a riprodurli una volta tornata nella mia cucinetta [con uova autentiche, ovvio!]

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Queijadas3

Queijadas de Sintra
[Per la pasta]
250 g di farina
1 cucchiaio di burro
1 bicchiere di acqua
1 pizzico di sale
[Per il ripieno]
300 g di formaggio fresco
200 g di  zucchero
2 tuorli d’uovo
2 cucchiai di farina
1 cucchiaino di cannella
1 cucchiaino di fecola di patate
1 pizzico di sale
***
L’impasto va preparato la sera prima [o 8 ore prima] con la farina, il burro ammorbidito, l’acqua e il sale; deve venire una pasta morbida e facile da lavorare. Il composto va coperto con un panno asciutto e uno umido appoggiato sopra il primo. Il giorno dopo, si prepara la crema mescolando il formaggio con lo zucchero, i tuorli d’uovo, la farina, la fecola e la cannella; bisogna mischiare bene fino a che non si ottiene un impasto omogeneo. A questo punto si stende la pasta con il mattarello e la si taglia a cerchi con un bicchiere [o una formina rotonda se si vuol essere più professionali!]. Si mette ogni cerchio di pasta in una formina imburrata e infarinata e ci si mette dentro il ripieno di formaggio. Si cuociono le tartellette in forno preriscaldato a 180° per 15-20 minuti circa.
***

Ricordi Lusitani

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Sono tornata dal Portogallo ormai una da una settimana, con mille ricordi, mille esperienze nuove ed esilaranti, mille volti incontrati lungo il viaggio, mille [proprio mille!] fotografie che fermano visi, luoghi, sensazioni, istanti dentro piccoli rettangoli da guardare e riguardare con parenti e amici, o da soli nei momenti di nostalgia, quando ti prende quella sensazione che i Portoghesi chiamerebbero saudade

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La settimana trascorsa in Portogallo con la mia amica Marianna è stata la straordinaria scoperta di un paese a volte strano e decadente, ma sempre autentico e pieno di sorprese..
Siamo partite con poche certezze: un volo di andata su Oporto, un volo di ritorno da Lisbona, un’auto a noleggio, una guida Routard…lasciando che gli spazi mancanti venissero riempiti sul momento, un po’ per volere nostro e un po’ per puro caso, in modo da poter “assaporare” senza fretta ogni luogo, ogni attimo, ogni scorcio di vida portuguesa..

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Oporto, Coimbra, Nazaré, Fatima, Batalha, Sintra e Lisbona sono diventate le tappe del nostro viaggio, un viaggio fatto di indicazioni stradali a volte mancanti e confusionarie, di lunghissimi ponti sospesi su corsi d’acqua, di strade deserte.. poi, scendendo dalla macchina, un viaggio fatto di camminate interminabili, di salite e di discese, di vicoli strettissimi e scalinate ripide e un po’ sghimbesce, di marciapiedi lucidi e scivolosi, di scorci mozzafiato e angoli indimenticabili…

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Il nostro è stato un viaggio senza fretta, in un pezzetto d’Europa senza tempo e fuori dal tempo…
E come uno dei tanti azuleijos che riveste le pareti delle case, anche il mio ricordo del Portogallo è formato da tanti piccoli tassellini che si affiancano l’uno all’altro a formare un ritratto nitido e coloratissimo di questa terra sorniona che profuma di bacalhau..

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Nota: Marianna costruisce con le parole dervisci danzanti… è una giornalista nata, in tutti i sensi. Rimando ai suoi bruschi dettagli per la cronistoria del nostro Portogallo.

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Avrei voluto sinceramente scrivere molto prima di oggi, per fare in modo che ogni idea, ogni sensazione, ogni cosa vista e vissuta qui in Portogallo avesse un suo giusto spazio… ma qui ogni cosa è talmente diversa, talmente fenomenale che gli eventi hanno preso un loro corso, lontano ahimè da questo blog…

Se penso a questi primi giorni, mille cose mi vengono in mente per descrivere questa terra, ma ancora tutte non mi sembrano abbastanza complete, e se le usassi mi sembrerebbe di non rendere giustizia ai luoghi, alle persone, alle usanze…

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Sembra che in Portogallo il tempo si sia fermato almeno una trentina di anni fa, o anche prima, con le donne che fanno il bucato e lo stendono ad asciugare ai balconi, i bambini che giocano nelle piazzette, gli uomini che si ritrovano in barettini di quartiere dal mobilio anni ‘70…
Soprattutto nei piccoli paesi, si ha proprio l’impressione che la gente tiri a campare come può, anche se non manca mai il buon umore, l’infinita buona educazione e la straordinaria gentilezza: tutti si danno il bom dia, tutti si sforzano per comunicare con te in ogni lingua possibile… E il senso di ospitalità è fortissimo: l’altra sera per ben due volte due diversi padroni di due diversi piccoli ristoranti ci hanno offerto un bicchiere di Porto per brindare alle nostre ferie, e il mattino seguente il gestore di un baretto ci ha offerto col caffè un bicchiere di acqua cristallina e si è messo a spostare sedie e tavolini per fare in modo che potessimo godere della vista migliore sul mercato della frutta lì di fronte…

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La gente ha poco, ma il sorriso non manca mai su questi visi dai tratti quasi arabi e dalla pelle olivastra, scavati dal vento e dalla salsedine dell’immenso atlantico… E il poco che ha, basta e avanza per stregare l’animo di chi arriva in questa terra quasi arida, tutte strade in salita e case che ammassate l’una all’altra formano un mosaico meraviglioso di azulejos

Road to Portugal

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Suonerà strano, ma pur avendo passato l’estate viaggiando, non ho ancora fatto una vera vacanza, e credetemi, viaggiare per lavoro non ha nulla a che vedere con il viaggiare fine a sé stesso…
Finalmente però anche per me è arrivato il momento di preparare la valigia con lo spirito della piccola viaggiatrice, pronta a visitare luoghi nuovi, scoprire sapori inusuali, conoscere persone e vite nuove…
Fra meno di 24 ore sarò in Portogallo, per una settimana in cui di certo ci sono solo il punto di partenza, il punto di arrivo e una macchina a noleggio; tutto ciò che sta in mezzo nascerà sul momento con un po’ di incoscienza, mischiata ad una grossa dose di buona volontà e voglia di esplorare, ma anche ad una bella manciata di follia…

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Quando questo strano mese di Agosto è iniziato, non credevo che ne sarei passata indenne… Ero completamente a pezzi, piena di nostalgia per quello che mi ero lasciata alle spalle, in un mese di Luglio altrettanto strano… La testa pulsava al ritmo frenetico di tutti i ricordi, le sensazioni, le emozioni che avevo provato fino a poco tempo prima; e ancora non avevo avuto il tempo di smaltirle che già mi dovevo catapultare in un’altra realtà, un po’ controvoglia a dire il vero, dovendo farmi forza per lasciare da parte i pensieri e cercando ogni possibile attività che occupasse le mie giornate al posto di una lunga attesa…

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Così ho riempito i miei giorni di interminabili ore di faticoso lavoro al ristorante di mia mamma, ma anche di passeggiate in alta montagna, di colazioni e merende con pane e salame seduta da qualche parte in mezzo ad un prato, di giornate di sole passate alla ricerca di stranezze montane, di pomeriggi di risate folli in compagnia di mio fratello… Per un mese mi sono sentita un po’ Heidi, e le caprette mi facevano ciao.

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Questo è stato il mio Agosto: un contenitore di giornate folli nell’attesa di Settembre. E ora che Settembre è quasi arrivato, tutto sommato se mi giro verso il mese che è stato, sono felice di tutto quello che ho avuto, anche se adesso non vedo l’ora di quello che mi aspetta di qui a pochi giorni: il rientro a casa, alla mia vita e alla mia cucina; un piccolo viaggio in compagnia di un’amica speciale, la ripresa del lavoro, la speranza che un’idea e un desiderio si realizzino…

These are crazy days, but they make me shine
[Oasis]

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Quest’estate il nostro orto ci ha regalato la più grande produzione di zucchine che avessimo mai visto… Ne abbiamo mangiate davvero sotto ogni forma: zucchine sottaceto, zucchine trifolate in padella, zucchine fritte, frittata con le zucchine, quiche di zucchine, zucchine ripiene al forno, pasta con sugo di pomodoro e zucchine… Ormai eravamo stremati da una dieta quasi monotematica, e le ricette iniziavano a scarseggiare…
Ma io sono una persona incosciente, con quella punta di follia sufficiente a farmi venire in mente di usare le zucchine per preparare un cake al cioccolato…

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Cake al cioccolato e zucchine
300 g di farina
1 bustina di lievito
80 g di cacao amaro
200 g di burro morbido
400 g di zucchero
300 grammi di zucchine grattuggiate
3 uova
100 g di noci [o nocciole, o noci pecan] tritate
2 gocce di estratto di vaniglia
1 cucchiaino di scorza di arancia grattuggiata
1 cucchiaino di cannella in polvere
1 pizzico di sale
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In una ciotola si mischia la farina con il cacao, il lievito, il sale e la cannella, poi si lascia riposare. In un’altra ciotola si mischiano il burro e lo zucchero finché non diventano una crema ben amalgamata; poi si aggiungono le uova, la vaniglia, la scorza d’arancia e le zucchine. Una volta mischiati bene questi ingredienti, si aggiunge alla crema il composto di farina e infine le noci. Si mette il composto in uno stampo imburrato e infarinato e si fa cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 3/4 d’ora [va comunque controllata la cottura con uno stecchino]. La torta va fatta raffreddare per almeno un quarto d’ora prima di essere tolta dallo stampo e fatta raffreddare completamente.
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Credo che ci sia bisogno di una certa dose di incoscienza per affontare tutta una serie di svariate situazioni: come fare una scelta importante, mettersi di buona volontà perché un’idea folle diventi concreta,  credere che un desiderio possa avverarsi, innamorarsi perdutamente di un ragazzo, aspettare di vedere quale sarà il corso degli eventi sperando che la direzione sia quella che si vuole, preparare una torta con le zucchine…

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Amo le cianfrusaglie, gli oggetti che non si usano più, le cose antiche, i pezzetti di vita che ricordano il passato.. Ecco perché non riesco mai a buttare niente di niente, e mi ritrovo ad avere ogni angolo della casa straripante di roba a volte quasi inutilizzabile… Ma è più forte di me, tutto rimane al suo posto: oggetti, vestiti, scatole, giornali, e via dicendo.. Un giorno o l’altro potrebbero venire utili.
Se però mi fermassi solo a questo, non sarei tanto folle quanto invece sono… No, l’ossessione va ben oltre: non solo conservare, ma anche recuperare..

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Ed è quello che è successo proprio l’altro giorno, quando sotto gli occhi increduli di mia madre e tra le risate incessanti di mio fratello ho salvato da distruzione certa un pezzo di storia: un televisore a colori Sony Trinitron KV1310E del 1972, che qualche sciagurato aveva buttato nel bidone della spazzatura, peraltro del tutto noncurante della più elementare pratica di raccolta differenziata, oltre che insensibile al fascino del passato.
Ad una prima occhiata, l’apparecchio era solo un po’ sporco, ma sembrava in buono stato… Così una bella pulita e poi avanti, come un piccolo ingegnere ad esplorare le rotelle e manopole di questo piccolo gioiello.. Ed ero quasi commossa quando, dopo averci maneggiato un po’, ho scoperto che era quasi perfettamente funzionante! Prendeva solo un canale, Rai1, però benissimo, e piena d’orgoglio mi sono messa a guardare il telegiornale del pomeriggio, anche se a dire il vero l’impressione era quella di guardare un’edizione degli anni ottanta [notizie nuove dall'aria retrò]..

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